Foto di Matteo Allulli e Raffaele Masiero Salvatori







«Ma egli [Lucifero] lo sopportava, finché non raggiunse la spiaggia di quel mare infiammato, e si fermò chiamando le sue legioni, quelle forme d’angelo che giacevano là stupefatte, fitte come le foglie dell’autunno che in Vallombrosa ricoprono i ruscelli dove le ombre etrusche si addensano in archi solenni», scrive il poeta inglese John Milton (1608-1674), nel Libro I del Paradiso perduto (1667). Cita Vallombrosa nel suo poema epico, a seguito di una presunta (mai confermata) visita avvenuta nel 1638, come riportato dalla targa affissa al ‘Paradisino’, l’antico alloggio – oggi sede didattica per le Scienze Forestali dell’Università degli Studi di Firenze – che accoglieva i visitatori dell’Abbazia, nata con la fondazione dell’ordine monastico benedettino dei vallombrosani nel 1038 per volere del monaco pellegrino San Giovanni Gualberto (985-1073).
Luogo edenico in cui riverberano gli echi di misteri religiosi-agiografici, la foresta di Vallombrosa affascina con magnificenza e suggestiona l’intimo contatto con una dimensione spirituale; un percorso interiore che si inserisce con silenzioso e profondo raccoglimento nel cammino fantastico dei sentieri del Circuito delle Cappelle: da Il Faggio Santo, le cui fronde si chinarono per riparare San Giovanni Gualberto, giunto a Vallombrosa nel suo pellegrinaggio; alla Cappella del Beato Migliore, monaco eremita che rinunciò alle comodità materiali, coricandosi nella cavità rocciosa; fino al Masso del Diavolo, su cui un discepolo vallombrosano fu vessato crudelmente dal Demonio. Vallombrosa è «una badia ricca e bella, né men religiosa, e cortese a chiunque venia» (Ludovico Ariosto, Canto XXII, Orlando furioso), uno spazio atemporale, nella cacofonia assordante del mondo postmoderno, che silente richiama a sé chi è in cerca di quiete, coloro che vagano alla (ri)scoperta di un dialogo con i timidi bisbigli del Creato.
