Ada Ascari legge: “Cosmetica del nemico” di Amélie Nothomb

Amélie Nothomb non delude mai. I suoi libri, piccoli gioielli di scrittura, non sono mai romanzi corposi sono più racconti lunghi che si snodano in un centinaio di pagine. Ma quanta roba in quelle pagine!

Non avevo ancora letto “La cosmetica del nemico” e quando il gruppo di lettura del GSF di cui faccio immeritatamente parte lo ha proposto ho subito aderito e mi sono precipitata a chiederlo in biblioteca.

Per inciso, ottimo il servizio interbibliotecario di Firenze,  mi permette di accedere a una quantità innumerevole di volumi in ogni formato, cartaceo, digitale e audio, Per me che non voglio più appesantire gli scaffali della mia biblioteca, già fin troppo pieni, è una meraviglia.

Ma torniamo al libro.

Jérôme è un tranquillo signore seduto nella sala d’spetto di un aeroporto, un po’ infastidito perché hanno annunciato il ritardo del suo volo. Vorrebbe trascorrere il tempo di attesa leggendo tranquillamente un libro, ma qualcuno non è della sua stessa idea. 

Inizia un serrato dialogo tra Jérôme e Texel – il disturbatore – che attraverso incalzanti scambi di opinioni e fastidi, ci porta fino alla fine del racconto.

Detto così sembra una cosa banale e invece è un crescendo di parole che portano chi sta assistendo al dialogo – perché la bravura della Nothomb è proprio quella di farci assistere come spettatore, non lettore – ad addentrarsi in un rapporto nevrotico tra le due persone. La trama ci offre un crescendo di tensione e rivelazioni, che portano chi legge – direi chi ascolta – a comprendere come mai le due persone stanno dialogando. Un rapporto malato, uno stupro, un assassinio, ci portano al limite della sopportazione, il “nemico” è colui che applica la cosmetica “la scienza dell’ordine universale, la morale suprema che determina il mondo.” Un termine stupendo recuperato e svilito, asservito ai prodotti di bellezza… Cosmetica deriva da Cosmo che in greco antico significava “ordine, armonia, bellezza”, è l’ordine che regola l’universo, è ciò che deve essere.

Il nemico è la nostra parte interiore che ci distrugge, e che arriva all’improvviso per una parola, un ricordo, una data, una visione.

Amélie Nothomb ha il grande pregio con la sua scrittura di entrare nella mente dei suoi personaggi e farceli conoscere a poco a poco, ha la grande capacità di prenderci per mano e una parola dopo l’altra farci entrare nel mondo inesplorato della psiche. “Il rischio è la vita stessa. Non si può rischiare altro che la propria vita. E se non la rischi, non la vivi.” 

È questo che succede, davanti agli occhi attoniti degli altri passeggeri in attesa, Jérôme si lascia andare all’odio profondo emerso da chi lo ha provocato facendoli vedere il suo lato oscuro e rischia, vive e poi muore.

Un racconto affascinante per le sue implicazioni psicologiche profonde che emergono un po’ alla volta, parola, dopo parola, frase dopo frase, battuta dopo battuta in crescendo, con una prosa che restituisce tutta l’angoscia di una mente malata.

Amélie Nothomb è maestra in questo, non ha bisogno di lunghe descrizioni, di ambientazioni barocche, bastano i dialoghi tra chi sa e chi non vuole sapere,  tra chi agisce e chi ha agito negando di farlo.

Un libretto che va letto per tanti motivi, non ultimo per imparare come si struttura un dialogo, qualcosa che mette sulla carta la comunicazione tra due persone, senza dire troppo, ne troppo poco, facendo entrare il lettore quasi in punta di piedi nella stanza in cui si parla, nel cerchio dell’incalzare e del sottrarsi, fuga e inseguimento.

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