Ada Ascari legge: “I convitati di pietra” di Michele Mari

Michele Mari scrive un libro completamente fuori dagli schemi della narrazione così come la si intende generalmente. Non è un romanzo distopico, non un romanzo futurista, non il racconto di avvenimenti vissuti, è piuttosto il susseguirsi di storie che l’autore immagina potrebbero avvenire nel lassso di tempo dal 1974 al 2050.

Una cena tra compagni di scuola, che hanno concluso il secondo ciclo di studi, maturati dopo l’esame di stato che li rende  pronti ad affrontare gli anni dell’adultità. Ma quello che racconta Mari nel trascorrere del tempo, anno dopo anno, non sono solo le vicende quotidiane di un gruppo di ragazzi e ragazze che con la spensieratezza e l’incoscienza dei 20 anni credono di essere pronti ad affrontare la vita, ma è il racconto si un incubo che inconsapevolmente si sono calati sulla testa, mettendo in gioco la sopravvivenza di ciascuno.

Una scommessa, una riffa, ogni anno ciascuno verserà una certa cifra – l’autore non ne dichiara la consistenza – che verrà accantonata per restare a disposizione – come vincita – degli ultimi tre sopravvissuti.

Inutile dire che, se nei primi anni questo viene sentito com un gioco goliardico e  e un po’ folle, con il passare del tempo diventa il racconto di una scommessa che tanti si pentono di avere fatto.

Mari racconta con uno stile vario il trascorrere del tempo, a volte con lunghi elenchi he racchiudono in sintesi gli anni che passano, a volte con una certa affettuosità nei confronti dell’uno o dell’altra componene del gruppo, seguendo ciascuno – a grandi linee – nel suo trascorrere la vita dalla giovinezza spensierata alla maturità e poi alla vecchiaia.

Io credo che il titolo “I convitati di pietra” siano tutti coloro che anno dopo anno lasciano questo mondo per rimanere comunque seduti allo stesso tavolo, quello intorno al quale, nel malaugurato anno 1974, hanno deciso di mettere in gioco il loro futuro.

Giocare con la morte, la loro morte, è qualcosa che riesce a destabilizzare chiunque. Ho pensato a quale potesse essere il tema di fondo di questo romanzo, così crudele e nello stesso tempo reale. 

Tutti abbiamo una scadenza, che la nostra mortalità rende reale, una scadenza che nessuno conosce, che ci coglie preparati, dopo una malattia, o impreparati come può succedere in un incidente improvviso, scommettere su questo termine è per me terribile. 

Ora che anche io mi sto avvicinando all’ottantina e che la mia vita è già trascorsa per la maggior parte del tempo che mi è stato destinato, riesco a capire che forse quello che ci ha voluto dire Mari con questo libro è che giocare con la vita, nostra o di chi ci sta intorno è crudele e che è meglio, come fanno molti, non pensarci, vivere giorno per giorno senza un premio per chi vive più a lungo. 

Che poi… che cosa ci fai, a 90 anni e più, del denaro?PS: Micchele Mari ha vinto il Premio Strega Giovani 2026 ed ha trionfato all’80ª edizione del Premio Strega 2026 con 190 voti, ma la sua vittoria è stata preceduta e accompagnata da forti polemiche per alcune dichiarazioni ritenute offensive o sferzanti sulla scrittrice Michela Murgia Ma questo è un altro discorso!

Rispondi