Ada Ascari legge: “Le guerre per la lingua” di Edoardo Lombardi Vallauri

Questo libro decisamente importante mi ha portato ad addentrami in quelle che sono le domande che molto spesso mi faccio – da profana – sull’uso della lingua.

A me che piace scrivere e anche mi piace capire come funziona il linguaggio non solo dal punto di vista lessicale, ma anche grammaticale, leggere un saggio così ricco mi ha fatto riflettere sui meccanismi che spesso superficialmente diamo per scontati e che invece se esaminati con la competenza che Vallauri possiede riescono a volte a ribaltare assunti che sembrano assolutamente esatti.

Due sono i macro argomenti affrontati nel testo: il primo è quello che molti considerano l’annoso problema dell’invasione della lingua inglese nell’italiano; il secondo è la battaglia contro il sessismo che ultimamente tiene banco tra gli esperti e anche tra i non esperti soprattutto sui social network.

Per quanto riguarda la prima questione per Vallauri si tratta di un finto problema. Le lingue – qualsiasi lingua – sono sempre state colonizzate da altri idiomi. L’arricchimento dell’espressione è l’esito di una evoluzione continua che passa da una lingua all’altra a seconda dei vari periodi storici.

L’inglese nei tempi passati è stata una lingua che è stata a sua volta colonizzata dal latino e dal germanico. “colonizzare l’inglese ha avuto come conseguenza l’essere più facilmente colonizzatili.” proprio perché la sentiamo vicina e in un certo senso – dal punto di vista lessicale – facile da comprendere.

Inoltre l’influenza della lingua inglese sta avvenendo soprattutto nel campo del lessico perché “l’inglese è del tutto impotente sulla morfologia dell’italiano“. “Noi usiamo quello che dell’inglese ci serve convertendolo senza riguardi alla struttura e alla forma dell’italiano“.

Nella “guerra” tra le due lingue non si deve considerare il rapporto di forza tra di esse, ma “il rapporto di forza tra le due culture“. La conclusione, mi sembra di avere capito, che ne deriva  è che su questo argomento non ci si deve preoccupare più di tanto, si tratta di capire che nelle “questioni linguistiche, una regola suprema è la misura, cioè la moderazione“. “Ciò per cui vale la pena combattere, invece, è una lingua italiana sempre migliore. Ebbene, migliore vuol dire sempre più efficace, ma anche bella. E spesso la smodatezza nell’uso dell’inglese, come ogni mancanza di controllo, come ogni dismisura, disturba sul piano estetico” Una considerazione che non vale solo per la lingua, ma anche per tutte le arti, dalla pittura… alla cucina… 

La lingua ha le spalle larghe, esiste e muta da millenni, e ne ha viste di tutti i colori. Niente può impedirle di esistere e di servire agli scopi per cui i parlanti la usano, semplicemente perché proprio di quegli scopi è il prodotto storico ed evolutivo“.

La seconda questione, cioè la battaglia contro il sessismo nella lingua non è fenomeno solo dell’italiano. 

Il linguaggio è inizialmente plasmato da una visione soggettiva del mondo, ma poi può contribuire a perpetuarla. Ogni individuo cresce condizionato dalla lingua che parla, cioè la lingua contribuisce fortemente a plasmare le conoscenze e le esperienze. Naturalmente l’influenza della lingua sul pensiero non è illimitata, se – per esempio – l’inglese non conosce il genere, in altre lingue – come l’italiano – il genere è espresso chiaramente e “oggi il genere grammaticale è forse il tratto dell’italiano che suscita maggiori attenzioni da parte della società“.

Moltissime parole che declinate al maschile possono definirsi neutre se declinate al femminile diventano offensive. Si veda a proposito il monologo che ha tenuto Paola Cortellesi alla consegna dei David di Donatello del 2023.

In realtà la lista di termini declinata dalla Cortellesi non descrive esattamente la lingua italiana, “ma i comportamenti linguistici degli italiani… il modo in cui di fatto ce ne serviamo“. Le parole evocano ciò a cui ci si riferisce abitualmente, ma la differenza non è solo la nostra abitudine ma l’idea che ci si è fatti. Un esempio per tutti: “il governante” è un capo di Stato, “la governate” è colei che si prende cura della casa.

Oggi si tende sempre più a declinare al femminile parole che sono sempre state associate al genere maschile e “chi è urtato da forme che non è abituato a sentire non deve preoccuparsi, perché ci farà presto l’abitudine.” ma soprattutto “quelli a cui non va di cambiare abitudini sono nel loro diritto, ma non possono addurre argomenti linguistici per vincolare gli altri”. Vallauri afferma che è solo la pigrizia che impedisce di cambiare il proprio punto di vista, se poi alla pigrizia si allea l’ignoranza ecco che si arriva a pensare alcune forme linguistiche siano errori.

Non sto a farla lunga, il libro di Vallauri è zeppo di esempi e dimostrazioni che ci dicono che non è la lingua a essere sessuata e sessista, ma solo chi la usa ai propri scopi. Pensiamo, per esempio, che in italiano “il termine generico per riferirsi a individui di tutti i sensi e persona, cioè un femminile“.

La lingua è meno maschilista di quanto sembri a chi vede maschilismo dappertutto.

Non è la lingua che ferisce, ma l’uso che se ne fa.  A volte è proprio il pronunciare in un certo modo un termine, che lo mette in rilevanza e lo fa sembrare ancora più offensivo.

Interessante per concludere il video della trasmissione “Quante storie” andata in onda pochi giorni fa che ha visto a confronto due testi: quello di cui sto parlando ora, di Vallauri, e quello di Vera Gheno “Grammamanti. Immaginare futuri con le parole” (Guarda caso… Entrambi i libri pubblicati da Einaudi). Al contrario di quello che si potrebbe credere sia Vallauri che Gheno si sono trovati d’accordo su molte delle cose su cui sono stai chiamati a dibattere. 

Le guerre per la lingua” è un libro molto interessante da leggere e da tenere a portata di mano per i dubbi che a volte sorgono. Mi propongo di leggere, però, anche il libro di Vera Gheno che – quando non esagera nel voler essere troppo controcorrente – dice cose importanti.

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