
Primo libro che leggo di Amos Oz (nato Amos Klausner) autore israeliano, scomparso pochi anni fa.
Gerusalemme, anni 50. Hannah e Michael frequentano la stessa Università, lei studentessa in Letteratura ebraica, lui in Geologia. Si conoscono sulle scale dell’Istituto mentre Hannah inciampa e Michael la sostiene per non farla cadere. Ha così inizio una relazione in cui i due si incontrano ogni giorno, per mesi, anni, fino a sposarsi e condividere ogni momento della loro vita. Più il tempo passa, più la distanza fra loro sembra però aumentare. Nemmeno la nascita del figlio Yair (un piccolo uomo, copia del padre) sembra migliorare il loro rapporto. “Eravamo come due passeggeri di un treno costretti a fare un lungo viaggio gomito a gomito, sulla stessa carrozza. Costretti ad avere riguardo l’uno per l’altro, a obbedire alle regole della buona educazione. Essere cortesi senza essere invadenti. Intrattenersi ogni tanto in conversazioni piacevoli e superficiali. Non chiedere troppo. E ogni tanto manifestare una reciproca simpatia”.
Si assiste al progressivo naufragio di una relazione senza dichiarati e palesati tormenti, sullo sfondo di una Gerusalemme misteriosa, tormentata, malinconica, alla ricerca di un’identità come la protagonista stessa. La narrazione in prima persona di Hannah, rende ancora più coinvolgente la lettura, popolandola dei suoi fantasmi, angosce e sofferenze, che investono il lettore come un auto in corsa.
L’autore, attraverso la voce femminile di Hannah, caratterizza i personaggi in maniera semplicemente straordinaria.
Hannah, fantasiosa, meditativa, bizzarra, introspettiva, complessa, impenetrabile, oscura, accumulatrice di ricordi come pezzi preziosi di una collezione: “Io ricordo ogni cosa, non ho dimenticato nulla. Dimenticare significa morire. E io non voglio morire”… “Alle parole e ai ricordi io mi aggrappo come a una ringhiera”.
Michael invece, uomo razionale, logico, pratico, un po’ enigmatico a volte, ma prevedibile, dal “sorriso imbarazzato e imbarazzante”.
La narrazione in prima persona di Hannah trasporta spesso anche noi lettori nel suo mondo immaginario, nelle sue allucinazioni che come digressioni mi hanno fatto perdere spesso il filo della trama. Ma ciò può avere un senso per l’autore che, come suppongo, ha voluto trasportarci e farci smarrire nel soliloquio della protagonista alla continua e incessante ricerca di un senso da dare alla vita, all’amore. “A tastoni io sto cercando la mia strada, come se si trattasse di un corso preliminare, un’introduzione, imparando e provando una parte difficile che dovrò recitare nei giorni che ancora mi aspettano. M preparo. Faccio esercizio. Quando comincerà il viaggio, Michael?”
Ho apprezzato l’autore anche per le descrizioni poetiche, inusuali sebbene a volte prolisse, perché ricche di dettagli e precisazioni.
Un romanzo senza dubbio non facile, che richiede una lettura attenta e concentrata, ma che alla fine appaga, regalandoci suggestione e un senso di felice appagamento. Consigliato.
Antonella Cipriani

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