Anche stavolta Peter Cameron non ha deluso le mie aspettative, con due altrettanto meravigliosi libri che ho letto velocemente perché la scrittura dell’autore è così immediata e urgente che non consente momenti di respiro, di indugio e fino a che non termini il libro è difficile staccarsene. Più della trama, ciò che lega e incolla alle pagine, sono i personaggi sempre così ben delineati, intriganti, imprevedibili, spesso fragili e sospesi che sembrano chiamarti e non permettono l’abbandono, come se fossimo anche noi responsabili della loro sorte.
In entrambe le letture ho vissuto questa magia che caratterizza le opere dell’autore (almeno quelle che ho letto finora).

In Quella sera dorata l’incipit è una lettera che un giovane universitario, Omar Razaghi, scrive il 13 settembre del 1995 agli eredi di Julius Gund – uno scrittore che ha raggiunto il successo letterario con una sola opera”La gondola”- per chiedere l’autorizzazione a scrivere e pubblicare la sua biografia. Solo in tal modo potrà ottenere l’assegno di ricerca e perseguire la carriera di professore universitario. Purtroppo la risposta è negativa e Omar spronato dalla sua ragazza Deidre, decide di presentarsi a casa degli eredi per parlarne di persona, risoluto a farsi strappare il consenso che definirà il suo futuro. Affronterà un viaggio tortuoso per ritrovarsi in una villa sperduta in mezzo alla campagna di un piccolo paese dell’Uruguay, dove vivono la moglie, l’amante, la figlia, e poco distante il fratello dello scrittore defunto, col compagno. Omar sarà catapultato in un mondo molto diverso dal suo, senza regole apparenti, senza il ritmo disciplinato delle sue abitudini, governato più dalle emozioni che dai doveri e dalle responsabilità. Rimarrà incantato da Arden (l’amante) per la sua bellezza, semplicità, delicatezza, spontaneità; da Caroline (la moglie) pittrice non più ispirata, per la sua riservatezza, ombrosità, durezza; da Porzia (la figlia) per la serenità, vivacità e furbizia; da Adam (il fratello) per la leggerezza, ironia, lungimiranza, schiettezza, saggezza che l’età, l’esperienza e il carattere gli hanno regalato; da Pete (il giovane compagno di Adam) per lo spirito altruista, amichevole e leale. In questa sospensione del tempo e dello spazio, molte delle sue certezze si sfaldano e perdono valenza. E qui mi fermo, lasciando la porta aperta ai numerosi percorsi e possibilità che può prendere la vostra immaginazione sulla trama.
Quello che invece voglio ancora una volta sottolineare è l’arte di Cameron nell’uso del dialogo, che sa modulare con forza, efficacia e abilità tali da rendere il romanzo leggero, fluido, scorrevole, creando quel legame diretto col lettore di cui parlavo all’inizio. Il linguaggio è semplice ma nasconde significati complessi, quasi a voler racchiudere in ogni parola o frase un messaggio rivelatore o profetico.
Come in queste intuizioni, che mi portano a riflettere: “A volte penso che si nasca con una scorta limitata di emozioni. Da bambina se mi capitava di fare un viaggio per nave, pensavo ai viveri, all’acqua, alle scorte immagazzinate da qualche parte, con l’ansia che potessero esaurirsi; ogni giorno la nave diventava sempre più leggera, il cibo passava attraverso di noi e veniva scaricato nell’oceano. E la nave saliva sempre più a galla perché era sempre più vuota. Pensavo che crescere fosse una cosa simile: un progressivo svuotamento. Che gli adulti fossero sbrigativi e cattivi perché le loro emozioni erano state consumate”. Che bella immagine per descrivere l’esaurirsi dell’emozione e del sentimento!
E in questa considerazione per raccontarci un diverso modo di relazionarsi e comunicare: “Due persone possono spostare la propria attenzione sul paesaggio in un modo che, se simultaneo, può diventare un sostituto efficace e soddisfacente della comunicazione.”
Oppure mi colpiscono descrizioni semplici ma eloquenti come questa: “Ce n’era una pila (di piatti) nel lavello. Li fissò a lungo, come fossero esposti in un museo della vita domestica”. Non è una maniera assai originale di rappresentare l’indolenza, l’estraneità, la pigrizia, l’assenza di contatto con una realtà casalinga che non coinvolge la protagonista Arden?
Non mi dilungo oltre, consigliandovi la lettura del libro, dal quale il regista James Ivory ha tratto un film col titolo assai più suggestivo “The City of your final destination”(2010)

Per quanto riguarda Coral Glynn, la trama è un po’ più articolata rispetto al precedente romanzo, forse perché vi sono più personaggi, anche se (a parer mio) non tutti importanti e funzionali.
È il 1950. Coral Glynn una giovane infermiera viene assunta dal maggiore Hurt, reduce e mutilato di guerra, nella grande villa di campagna di Harrington, per assistere la madre, malata terminale. La sua vita prenderà dei risvolti del tutto diversi e inaspettati alla morte della donna, offrendole occasioni, opportunità che Coral non sempre sembra capire e ponderare. È sorprendente vedere come nello svolgersi della trama, i personaggi si rivelano, i fatti si dipanano, le situazioni si delineano, incastrandosi alla perfezione come tasselli di un gigantesco puzzle. E come il personaggio di Coral cresca insieme al romanzo, acquistando forza, determinazione, coraggio. All’inizio infatti Coral si presenta nel suo carattere chiuso, riflessivo, statico, restio alle richieste altrui che poi invece asseconda sempre, all’apparenza arresa a un destino ineluttabile.
Affiancano la maturazione di Coral, personaggi indimenticabili come Clement Hurt che diventa suo marito, ma è incapace di rivestirne il ruolo; Robin l’amico intimo di Clement che in nome dell’amore ne brucerà ogni possibilità e sviluppo; Dolly, la moglie di Robin, personaggio incisivo nella storia, l’unica davvero a credere in questo sentimento; Laszlo, poco caratterizzato e narrato ma senza dubbio fondamentale nella rinascita di Coral.
Le sottotrame come la vicenda della bambina del bosco, l’investigazione dell’ispettore Hoke, la relazione con Mrs Prince, se devo esser sincera, le ho trovate ridondanti espansioni di una storia che già da sé aveva molto da dire.
L’Amore in ogni sua formaè lo scenario che fa da sfondo alla vicenda: l’amore universale, coniugale, etero e omosessuale, filiale, genitoriale, l’amore caritatevole per chi è sfortunato e sofferente, l’amore legato alla passione o quello alla volontà che l’altro sia vivo.
Se dovessi mettere a confronto le due letture, sinteticamente definirei la prima più intima, delicata, serena, anche se non mancano eventi drammatici; la seconda più contorta, articolata, tormentata come Coral stessa, giovane enigmatica con la valigia sempre in mano destinata a un viaggio che sembra non aver mai fine.
di Antonella Cipriani

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