Un bel racconto che non solo ci aiuta a ricordare un evento storico avvenuto nella Firenze del 1500 ma che tende anche a porre in evidenza le credenze, l’amoralità della Firenze rinascimentale, le divisioni sociali, il potere della Chiesa, le lotte intestine fra stato e regno e ne prende poi spunto.

Il protagonista, il frate Girolamo Savonarola, si getta, fin dall’inizio della narrazione, in una sorta di ammonimento-sermone che rivolge a quelli che, nell’anno del signore 1497, pur crogiolandosi nel lusso, nei piaceri della carne, nei bisogni terreni, dormono sonni tranquilli, ma si rivolge anche a quelli che, come Elena Bonacolsi, hanno la testa colma di pensieri che prendono consistenza e forma nei loro sogni.
Dorme tranquillo pure il pontefice Alessandro VI che vuole la sua scomunica.
Dorme sereno il frate che, in pieno inverno, osa avvolgersi in una coperta di lana.
Dorme pacifico quel Lorenzo ingiustamente detto il Magnifico che non ama quei suoi sproloqui e lo invita al silenzio.
Si dorme e si continua a dormire nell’inconsapevolezza che la porta di un nuovo mondo, aperta da Cristoforo Colombo, sta per dare inizio a un’altra epoca. Dormono, scioccamente, i fiorentini della Firenze rinascimentale che, nel pieno delle sue ricchezze e per il troppo amore del bello, hanno dimenticato Dio.
L’autore riesce a dare al sermone del frate un forza che è tanto passionale quanto potente. Girolamo non attacca, non offende per farsi intendere o per intimorire, eppure il suo sermone, la sua voce, sembrano saltare fuori dalle righe, arrivare al lettore come un grido di dolore per quanto egli presagisce stia per accadere a Firenze e ai suoi cittadini. L’Apocalisse.
***
Ed ecco apparire, in una fredda notte invernale, nella sua piccola stanza, un cavallo bianco. Il cavaliere gli dice in un sussurro: «Vieni» ma non rivela il suo nome, invece gli dice: « “Il primo sigillo è spezzato”. »
Il frate si sveglia, ma forse era già sveglio. Non lo sa.
Girolamo che conosce il Libro dell’Apocalisse di Giovanni, sesto capitolo, comprende che l’agnello ha sciolto il primo dei setti sigilli. Fra non molto scioglierà gli altri sei. Deve affrettarsi a salvare Firenze dalla perdizione e i fiorentini dissoluti.
Spiega loro che i quattro esseri viventi dell’Apocalisse stanno per arrivare: il leone, il vitello, l’uomo, e quello simile a un’aquila che vola. Spiega loro che per salvare Firenze bisogna distruggere tutto ciò che è vano e inutile, tutto ciò che ha il sapore della lussuria. Quadri di donne scollacciate o nude, opere di letterati come Dante Alighieri che con i suoi versi si prende gioco del paradiso e dell’inferno. Gioielli, abiti di lusso che offendono la dignità del povero.
“Salviamo la morale di Firenze e salviamo le nostre anime, perché la fine è vicina” dice il frate che già sente gli zoccoli dei cavalli arrivare al galoppo. Avverte che non c’è più tempo se non per l’inferno, che l’apocalisse sta arrivando.
I frateschi, seguaci di Savonarola che, quando per spregio li chiamano Piagnoni, spaventati si uniscono e decidono di dare vita al Falò della Vanità. Quando? Il martedì grasso del 7 febbraio 1497.

I piagnoni vanno alla ricerca di qualunque oggetto considerato fonte di peccato e lo danno alle fiamme. Solo poche copie del Decameron di Boccaccio e della Divina Commedia scampano al rogo.
Nessun Martedì Grasso può essere così ben scaldato come quello del 7 febbraio 1497 mentre gli occhi di qualche veggente o buontempone vedono tuttora, in quelle fiamme, precipitare Firenze nel Medio Evo, il frate seduto su di un trono al massimo della sua glorificazione.
di Antonietta Toso
Nota: “Il falò delle vanità” è un racconto presente nell’antologia “Apocalissi fiorentine” (Tabula Fati, 2019) di Carlo Menzinger di Preussenthal

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