Antonietta Toso legge “L’angelo del fango” di Carlo Menzinger

Bellissimo racconto dello scrittore Carlo Menzinger.
Da leggere assolutamente per la descrizione carica di suspense che definirei  fluttuante di eventi prevedibili ma imprevisti.

“An eye opener” per chi l’alluvione a Firenze del 4 novembre 1966 non l’ha vissuta.

I cittadini di Firenze, come ogni anno, sono impegnati nei preparativi per la festa di  angeli e santi. Non si rendono conto che il fiume Arno, Mugnone, con la complicità dei torrenti Vingone, Rimaggio e Guardiana stanno per straripare per prendersi la città e non solo.
Lo scrittore ne scandisce il tempo che scorre lento e veloce insieme mentre l’Arno lotta per la sua ora d’aria priva di lancette.
Gli abitanti non sanno che, invisibile, sulla città aleggia un essere incorporeo, un tachione, particella ipotetica dalla massa immaginaria e velocità superiore a quella della luce che l’autore chiama Angelo dato che è in grado di oltrepassare la massa, e tutti i limiti dell’umano.

Angelo sa molto bene che i fiorentini stanno per affrontare una delle loro più grandi sfide. Sebbene sia l’acqua a mantenerli in vita, adesso è l’acqua stessa a metterla in pericolo. Che fare? L’acqua è movimento tanto irruento quanto  irrefrenabile  proprio come lo è adesso.
Su Firenze cala la notte dentro un cielo colmo di pioggia.
I fiorentini si trovano tranquillamente al Teatro Verdi per il film di Jhon Huston, “Bibbia”.

Ah se solo ne avessero colto l’implicito avvertimento. Se avesse, almeno uno di loro, avuto il presagio, sentito l’intreccio che esiste fra il mortale e l’ultraterreno, fra lo spirito e la materia, il cielo e la terra.
Il divertimento, gli svaghi, invece, sovrastano gli abitanti.  Interrompono la connessione fra anima e corpo. L’Arno rompe gli argini e con lui i fiumi Bisenzio e Mugnone, i torrenti Vingone, Rimaggio e Guardiana.
L’Arno fuori dalla sua prigione, striscia, come una biscia, a spasso per la città sporcandosi dei suoi rifiuti.

Alla mezzanotte inizia la sua danza del ventre verso il mare.
Respira un’aria nuova. Entra in ogni dove. Conosce luoghi visibili e invisibili.
Visita cantine, seminterrati. Percorre le campagne. Si arrampica sui famosi tetti rossi di Firenze.
Come un infante sulle proprie zampette, va, tocca, assapora tutto ciò che incontra e se ne appropria.
Angelo non sa che cosa fare. Come aiutare?

Può nuotare e nuota. Incontra le ninfe naiadi che felici come non mai saltellano dentro e fuori l’acqua al pari dei delfini.
Si porta al cospetto degli dei etruschi del tuono e del fulmine Aplu e Nethus, degli dei greci Nereo, Doride, Tritone.
Alle cinque, a Firenze, l’Arno è ovunque.
Gli orefici fuggono dal Ponte Vecchio con i gioielli che mettono alla rinfusa dentro borse di fortuna.
I carcerati delle Murate vengono accolti dalla popolazione.

Il racconto procede con Angelo che sorveglia e documenta anche la più piccola vicenda, parte integrante, di quel dannato 4 novembre 1966 di Firenze.
Solo verso le otto di sera l’Arno finalmente si ritira.
Aplu e Nethus,  dopo tanta acqua e fango, giacciono innocui sopra ai tetti della città. Le ninfe si riposano dentro i  palazzi.
Angelo si consola, sa che quegli esseri che provengono da così lontano nel tempo e nello spazio devono ritornare negli abissi con la speranza che sia per sempre.

Angelo rimane da solo a guardare soccorritori di ogni età e ceto che giungono a Firenze da tutta l’Italia e dall’estero. Salvano uomini precari, puliscono la città e recuperano ogni possibile forma d’arte.
Angelo sente che vengono chiamati “Angeli del fango” ma solo Angelo sa che non lo sono così come non lo è lui che è un tachione, così come non sono Dei tutti quelli che tanto si sono divertiti a rendere irriconoscibile Firenze e dintorni.       Non sono ninfe neppure le creature che come delfini sanno volteggiare e danzare nelle acque in fuga verso il mare.
Angelo, tuttavia, si sente diverso. Sa di potersi insinuare nella mente dei soccorritori, dare loro la forza di andare avanti, di procedere a recuperare e a ricostruire.

Sa anche che non verrà mai dimenticato dai fiorentini, che vivrà per sempre nella loro mente come angelo del fango.

di Antonietta Toso

Nota: il racconto “L’Angelo del Fango” è tratto dalla raccolta “Apocalissi fiorentine” (Tabula Fati, 2019) di Carlo Menzinger di Preussenthal

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