Chiara Sardelli legge “Giorni di Guerra. Uomini sulla soglia”di Roberto Stocchetti

In questi primi giorni dell’anno mi ha accompagnato la lettura di Giorni di Guerra. Uomini sulla soglia, autore Roberto Stocchetti, Edizioni Solfanelli.

E’ stata un a piacevole sorpresa: la raccolta si compone di tre racconti che dànno voce a tre protagonisti, indagando emozioni, desideri, sogni e incubi appartenenti a uomini costretti in arme. Si potrebbe dire malgrado la loro contraria volontà.

Una volontà che si è forgiata attraverso prove sopportate con grandezza di animo, sebbene il loro significato sfugga a chi è chiamato a superarle.

Si individua nel realismo magico la chiave di lettura che unisce le tre narrazioni.

Il primo racconto, interrompe le vicende di guerra del pilota sovietico Piotr. Disperso vicino a Leningrado, nei mesi dell’operazione Barbarossa (agosto 1941), egli varca la soglia e si ritrova in un altrove di tempo e di luoghi, nel paradiso perduto di Lakis. In questa nuova realtà, abitata da strani esseri, i Simoorg, Piotr prende a vivere con loro, adattandosi alla loro natura divina e finisce per adattarsi bene: si crea una famiglia che riceve la dovuta benedizione. Unico rimpianto per lui, proveniente dal Mondo di fuori, è l’assenza del Sole e delle Stelle.

Finché l’incubo di Alina, la donna che ha lasciato nella dimensione reale della sua terra, martoriata dalla guerra, non lo spinge a ripercorrere a ritroso il cammino, superando in senso inverso la porta, il colossale vortice che lo aveva precipitato a Lakis.

Nel secondo story telling il racconto è ambientato a Venezia nei giorni successivi all’8 settembre.

L’ufficiale della Luftwaffe Hans, dimesso dopo due mesi di ospedale, sceglie di trattenersi in convalescenza a Venezia che ha imparato ad amare fin da bambino grazie al padre tedesco, archeologo e alla madre nobildonna partenopea.

La narrazione è sorretta da un respiro che sospende le coordinate dello spazio e del tempo.

A questo effetto concorrono luoghi speciali, come l’esistente libreria a Dorso Duro e la piccola chiesa nel sestriere dove officia Don Giuliano, prete veggente.

In essi Hans cerca riparo dalle ferite dell’anima, esacerbate dalla guerra, profonde e complesse.

Nelle parole di Don Giuliano egli ritrova il seme della speranza e intravede un senso della vita che lo aspetterà un domani:

«Voi provate rimorso per i morti che avete provocato questo vuole dire che la vostra coscienza non è spenta. Quando questa guerra terminerà si dovranno non solo rimuovere le rovine materiali, ma anche e soprattutto quelle morali; cercare di riempire il fossato di odio scavato in questi anni. Persone come voi dovranno essere in prima fila nel condurre questa operazione immane.»

Anche nel secondo racconto il ritorno alla realtà si fa pressante e brusco e Hans viene richiamato e destinato a Monaco.

Il rientro di lui a Dorso Duro avverrà dopo anni nel 1947, con il triste omaggio a Lucia, la donna che, in contatto con il mondo dei morti, lo ha amato, imparando a leggere nel suo cuore.

Nel racconto che chiude la raccolta l’azione si svolge nelle Ardenne nel dicembre del 1944. Anche in questo caso il fante del Colorado, Jonathan, entrerà in contatto con una realtà altra, quella di Mélusine la giovane guaritrice, maga e strega, avviandosi a un destino che scoprirà già scritto nelle stelle.

Il libro mi ha piacevolmente intrattenuto con la sua freschezza di immagini e di rimandi simbolici e mi ha fatto riflettere sul tempo della pace: un tempo che lancia le sue sfide nell’accettazione di una fragilità umana che deve e può salvarsi dagli abissi della coscienza, là dove è stata precipitata dall’orrore della guerra.

di Chiara Sardelli

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