Chiara Sardelli legge “La scatola Rossa” di Rex Stout

Nero Wolfe è un personaggio oramai di imperitura fama, molti di noi lo conoscono attraverso l’interpretazione magistrale di Tino Buazzelli e Paolo Ferrari nella fiction televisiva di fine anni sessanta. Se qualcuno non avesse ancora affrontato la lettura dei romanzi di Rex Stout, ebbene, sappia che è un’esperienza strabiliante e godibilissima! Concorre a questo effetto la maestria della prosa, uno stile stringato senza sbavature e niente che ecceda. Il ritmo è serrato, gli eventi si succedono senza interruzioni di sorta, eppure mai si abbassa il livello di suspense. Il lettore rimane attaccato alla pagina e vorrebbe stare lì, insieme ad Archie Goodwin, l’impareggiabile spalla di Nero Wolfe, che si fa voce narrante, accompagnandolo nelle indagini e addirittura eseguendo con lui o per lui gli ordini del suo boss.

In questo romanzo, La scarola rossa, il quarto della serie, edito nel 1937, anche il gioco con il lettore è ad armi pari. Nel senso che ci sono tutti gli elementi per comprendere il nome dell’assassino che viene svelato attraverso il classico e abusato messaggio del morto. Solo che in questo caso il messaggio è verbale e Nero Wolfe si dimostra oltre che abile conoscitore della psiche dei personaggi coinvolti negli eventi criminali, un sottile e intuitivo interprete del loro linguaggio. Se disparità o vantaggio vi può essere rispetto al lettore, questi aspetti non riguardano l’enigma da sciogliere, a dire il vero abbastanza flebile nella storia, quanto piuttosto il movente degli omicidi che sorregge il colpo di scena finale, in ogni caso condotto con il giusto equilibrio.

Attenta ad evitare lo spoiler, dedico poche parole alla trama che è caratterizzata dal prendere e rilasciare l’incarico a Nero Wolfe, cosicché egli si trova a dover soddisfare più di un cliente.

Il primo omicidio si avvera nella Boutique di alta moda di Boyden McNahir: vi sta di mezzo una scatola di cioccolatini, da qui il titolo. Nella boutique lavora la modella Helen Frost che si dimostrerà l’unica davvero interessata a fare giustizia confermando e non ritirando il proprio incarico all’investigatore.

Seguiranno altri due omicidi prima che Wolfe riesca a incastrare con uno strattagemma l’omicida.

La narrazione scorre con una vena d’ironia sorretta dai caratteri dei principali protagonisti e dall’ambientazione, incentrata sulla residenza del nostro, numero 506 della Trentacinquesima Strada Ovest di New York e animata, nello sfondo, dall’esternazioni quasi sempre mute del cuoco svizzero Fritz Benner e dalle imperanti esigenze di coltivazione e di tempi delle orchidee, l’altra cifra caratteristica di Nero Wolfe.

Chiara Sardelli

Rispondi