Chiara Sardelli legge “Quel che resta di Firenze” di Carlo Menzinger

La mia ultima lettura
Quel che resta di Firenze, Carlo Menzinger di Preussenthal (edito da Tabula fati).


Provo a condividere le impressioni che ricevo dalla lettura di questa più recente opera dello scrittore amico Carlo Menzinger di Preussenthal: la raccolta di racconti “Quel che resta di Firenze” (edito da Tabula fati nel maggio 2023).
Si è trattato di una prima lettura, di necessità superficiale. Sebbene i racconti, nell’intenzione dichiarata dallo stesso autore, siano il sequel degli altri, raccolti sotto il titolo di “Apocalissi fiorentine“, mi viene da dire che in questo caso la città di Firenze, pure citata nel titolo, non è la vera protagonista. Piuttosto su tutta la narrazione incombe l’ossessione visionaria di un futuro in cui le città o sono scomparse o sono in agonia, o hanno stravolto il loro modo di essere. Così che lo stile di vita di chi ancora le popola non può raccordarsi con quel vivere civile che di esse è, nella realtà storica e nel presente da noi sperimentato, la caratteristica più spiccata. Il primo elemento distopico e il più significativo risultato delle apocalissi che si immaginano succedute è proprio questo: la cifra della scomparsa e o della consunzione delle nostre città.
Tanto è vero che attardandoci tra le pagine del libro, sembra di tornare in un nuovo Medio Evo, in un certo senso pre-cittadino, in cui luoghi di accoglienza spesso eludono la città e i protagonisti vi fanno ritorno per un istintivo e mai vinto senso di rincrescimento. Gli esiti mettono a dura prova la sopravvivenza dei nostri eroi e il loro spirito di adattamento. Il senso di estraneazione e di disagio è aggravato dal fatto che in questo futuro distopico non sempre si riesce a individuare a opera di quali comunità e in quali luoghi si proverebbe a preservare la memoria storica del nostro vivere civile. Ciò in perfetto accordo con la decadenza del senso religioso e la dispersione delle ritualità che vi sono connesse.
Le città qui non sono diventate solo invisibili, il loro richiamo mitico è soppiantato dalla vita dei fuggiaschi in una natura che si è fatta matrigna eppure rimane l’ultimo aggancio con la speranza di sopravvivenza.
Mi vedo quindi costretta ad abbandonare il fil rouge che ha sostenuto la mia narrazione nel saggio “Suggestioni fiorentine nella narrativa di Carlo Menzinger” da me dedicato alla prima raccolta di racconti apocalittici; cioè farò a meno di soffermare la mia attenzione sui c.d. luoghi iconici.
Poco male, perché in loro sostituzione posso sciorinare la sequenza di topos letterari cari alla narrazione fantascientifica e apocalittica che riprendono vigore attraverso le pagine, valorizzati da uno story telling che li rivede e li rianima, trascolorati dalla linfa della passione e sostenuti da certa erudizione.
Mi sa che a forza di andare con gli zoppi ho imparato a zoppicare: la fantascienza non era il mio genere narrativo preferito, eppure in questo 2023 ho scritto almeno due racconti che occhieggiano a queste tipologie di narrazione. Il primo “Irene Adler viaggia nel tempo” è stato pubblicato nell’antologia “Le immaginate” curata da Cristina Gatti e Nicoletta Manetti per le Edizioni Il Foglio. Il secondo “Oberon ingaggia Astrifiammante, Regina della Notte” è stato valutato positivamente e accolto dai curatori dell’Antologia “Dal profondo” con cui si darà vita a una serie di narrazioni, spin off del romanzo fantascientifico “Psicosfera”. Altri quattro racconti ucronici e di fantapolitica giacciono nel mio cassetto creativo in attesa di una definitiva stesura. Dico questo per spiegare che si sta elevando la mia sensibilità per i temi più cari all’universo fantascientifico.
Per motivi di economia di tempo e mettendomi nei panni di chi legge, alleggerisco il commento, citando solo gli eventi e i racconti che più mi hanno fatto riflettere e sono collegati ad altre narrazioni di Carlo evidenziando alcuni suoi “nervi scoperti.”
Uno dei temi ricorrenti è quello dell’avvento della tecnologia con la sua ambigua doppiezza. Nel sesto racconto, “Corputer” Carlo torna a parlarci di “Mindnation”( già nota ai suoi lettori grazie al racconto “Il mare a Firenze”): è la realtà virtuale che riempie il tempo di Laura con vero sgomento del suo compagno. Egli odia la iper connessione alla rete e la conseguente sconnessione dal mondo reale che “Mindnation” produce. In questa narrazione Mindnation ha compiuto forti progressi nel completo utilizzo del cervello umano processando i dati rimasti dormienti nelle parti neuronali dei cervelli umani tra loro non collegate, con l’acquisizione di un fascino morboso che si installa nella mente di tutti i navigator. Il finale a sorpresa porta alla capitolazione di Leonardo e dei suoi amici. In origine tenaci oppositori di Mindnation, essi si piegano al suo strapotere accedendo all’effetto consolatorio e oppiaceo di un mezzo che a modo suo osteggia il collasso della civiltà.
“Nelle meraviglie del tremila” il protagonista Paolo Fornari rincorre l’illusione dell’eternità e, avendone le possibilità economiche, crea un laboratorio di ibernazione personale e un centro di crioconservazione. Egli attraversa il tempo fino al quarto millennio quando si scopre il metodo per scongelare chi era stato ibernato e riportarlo in vita. Solo che nel Centro Crio a prendersi cura di Paolo sono rimasti robot di forme non antropomorfe che fluttuano nell’aria. Intanto la razza umana si è estinta nonostante che abbia colonizzato nello spazio altri pianeti. Con l’estinzione di tutte le specie animali, a regnare indisturbate in questo millennio sono le forme di vita robotizzate.
Un altro tema ricorrente e non ci si può meravigliare conoscendo la predilezione dell’autore per l’ucronia è quello delle porte del tempo che scaraventano lettori e personaggi in universi paralleli alternativi.
Nel racconto “Un futurista nel futuro” Carlo si diverte a fare incontrare Tommaso Marinetti e Jacopo Flammer famoso “guardiano dell’ucronia” Tornano Jacopo (questo personaggio che era presente anche in “Apocalissi fiorentine”) e il tema del futurismo così storicamente appropriato e fondante per la città di Firenze.
La raccolta si chiude con “Non ci sono giungle a Rifredi” in cui si descrive un futuro post apocalittico con un nuovo architetto dell’universo che ha decretato la fine della specie umana e l’avvento di coleotteri, di immani mille piedi, di cavallette carnivore, di insetti evoluti: per questi esseri la natura si è ripresa ciò che le è stato ingiustamente sottratto e ha costruito un ecosistema a loro misura. Caterina e Amerigo vi giungono attraversando la Galleria di Via Montelatici che un tempo scorreva sotto Via Vittorio Emanuele II, Galleria che si è tramutata in una porta del tempo.
Altro tema che come un tamburo battente attraversa lo scrivere è quello della migrazione, climatica, in particolare, con le sfide che pone alla convivenza e alla necessità di integrazione. Evito di citare i racconti, sarebbe inutile e riduttivo. Tra le pagine colgo una consapevolezza dolente come se una voce indistinta ripetesse il ritornello conclusivo “non ci si salva da soli”.
Ho provato, dando una riflessione critica qua e là, a rendere l’idea della vitalità di queste pagine, spero di non avere mancato l’obiettivo.

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