La gioia e il conforto, il disagio e il dolore nel trascorrere dei giorni: una ricerca poetica
I versi della recente raccolta Nei giorni di Enza Sanna sono percorsi da un intenso fremito vitale, che sovente si fa spiccato amor vitae, predilezione convinta per la “luminosa”, coinvolgente armonia della natura: “Anche oggi è sorta l’aurora/ calice di chiarità di luce/ e con la luce la speranza,/ certezza di cose vere/ forza vitale a una realtà futura/ per cogliere l’essenza dell’eternità” (Certezza di cose vere).
L’alba, più specificamente, rappresenta un concentrato prezioso di stimolanti potenzialità, di attese corroboranti (“Aspira la prima luce vasti lembi di notte/ leggere nubi sul cupo dei pini si perdono nel cielo/ dileguano le ultime ombre, selvaggia natura./ Nella foschia pallida di primo mattino/ appena un mareggiar di vento alle colline/ dolce come maturanza di vendemmie./ Sullo sfondo una campagna naufragata di sole:/ ci regala un raggiante inizio d’estate la stagione” (Idillio di prima estate, corsivi miei, come sempre in seguito), pur in presenza di manchevolezze e di contraddizioni, rilevate appena sopra dallo spunto antitetico messo in risalto allo scopo di documentare una correlazione contrastiva (buio/luce) ricorrente nei testi: “Permane l’essenza ambigua/ d’un silente corpo celeste/ capace di schiarire le tenebre d’una solitaria notte/ come di far ancor più inospitale la sua oscurità” (20 luglio 1969); “In questa magica notte di luce/ mi hai preso ancora una volta per mano/ per condurmi dove non so/ ma questo non cale” (Magica notte di luce). Nondimeno il libero ritmo della natura persegue il proprio equilibrio indefettibile, realizza sempre un ordine pacificante, ben reso anche attraverso alcune increspature “auliche” del linguaggio: “Dà vita il respiro del vento al mandorlo in fiore/ in campi aulenti di mirto/ ove è fiamma la ginestra posseduta dal sole,/ più in basso si accendono le gerbère./ Sulla rena la risacca accoglie la carezza dell’onda/ che si frange e muore nel suo lento respiro./ Nel silenzio notturno che incombe/ un maestrale selvaggio percuote le grigie ardesie” (Necessaria regressione).
In tale contesto la presenza dell’uomo costituisce una particolarità invero significativa. Egli è quello strano animale, che non solo vive, ma altresì si “vede” vivere, e che, in forza della coscienza, e quindi della sua capacità di elaborazione critico-intellettuale ed etico-riflessiva, ha trasformato la “vita” in “esistenza”, avvertendo acutamente l’inarrestabile dinamismo della realtà (v. il distico che è il calco di un pensiero di Eraclito: “Non ci si bagna nella stessa acqua/ due volte”, Bellezza d’anima e di sensi) e la dimensione indagatrice e conoscitiva del tempo: “Scorre sullo schermo dell’anima/ e noi non gli apparteniamo:/ veniamo da un non-tempo/ e a un oltre-tempo andiamo./ Così anche il Santo di Ippona/ nella sua esegesi vasta/ perché il tempo non s’adegua alla logica” (Il tempo).
Vorrei citare ancora una strofa, questa d’ascendenza heideggeriana: “Rimane il tuo stupore/ alla continua viandanza dell’esistere/ che genera un’inesausta curiositas/ di fronte al miracolo dell’esserci comunque” (Altre fronde, solo l’ultimo corsivo è mio). La civiltà tecnologica e la cultura estetica sono state il prodotto, fra gli altri, delle attività esplicate nel corso di questa “viandanza”; e le considerazioni sistematiche intorno all’intersezione fra l’universo naturale e la vicenda storico-umana sono al fondamento della struttura ideativa del libro di Enza Sanna.
Il “cammino” degli uomini – raffigurato con felicità di toni cromatici nel dipinto della prima di copertina dall’arte lieve e pensosa di Fabio Recchia – è stato “nei giorni” spesso contrassegnato dalla solitudine e dalla quotidianità deiettiva (“D’intorno un vuoto m’impaura/ in questo camminare tra gli estranei,/ lontani anche gli affetti portanti della vita/ palpabile il silenzio di Dio/ invano cercato in questa festa” (Giorno di festa), e la poesia ha potuto a volte dare vigore e infondere speranza. Tuttavia, dato che l’autrice è senz’altro persuasa che “l’uomo non basta a se stesso” (A mani vuote), è soltanto ispirandosi alla rigogliosa vitalità della natura (“Ma sopraggiungerà a ondate un’altra primavera,/ già erbisce la terra e l’esuberante bellezza del creato/ è la sua sola risposta alla domanda di senso”, Un’altra primavera) e confidando nel soccorso salvifico di Dio che questi potrà superare l’instabilità esistenziale e recare luce morale nelle tenebre della propria interiorità e del mondo.
Floriano Romboli

Enza Sanna, Nei giorni, pref. di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 100, isbn 978-88-31497-89-3, mianoposta@gmail.com.

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