
Con Bella mia, Donatella Di Pietrantonio propone un testo di notevole densità formale e tematica, che si colloca in modo significativo all’interno della narrativa italiana contemporanea dedicata alla rappresentazione del lutto e dei legami familiari.
Il romanzo si distingue per una scrittura di rigorosa sottrazione e per una struttura frammentaria che può essere letta alla luce delle teorie sul trauma e sulla memoria discontinua. L’assenza di una trama lineare e la rinuncia a una progressione narrativa tradizionale rispondono a una precisa strategia formale. Come osserva Cathy Caruth, «il trauma non è localizzato in un evento passato, ma nel suo ritorno insistente e non assimilato» (Unclaimed Experience).
In Bella mia, la memoria della sorella morta si manifesta esattamente in questa forma: non come ricostruzione ordinata, ma come riemersione intermittente, segnata da ripetizioni e lacune. La frammentarietà narrativa non è dunque un espediente stilistico, bensì la traduzione formale di una temporalità traumatica. Il rapporto tra le due sorelle costituisce il nucleo tematico del romanzo ed è costruito secondo una dinamica di profonda ambivalenza affettiva.
Julia Kristeva, riflettendo sui legami primari, sottolinea come «l’amore più radicale è anche il luogo della massima conflittualità» (Sole nero). Di Pietrantonio fa propria questa prospettiva, evitando qualsiasi idealizzazione del legame fraterno: amore, rivalità, senso di colpa e desiderio di distanza coesistono senza essere ricomposti.
Bella, figura assente ma continuamente evocata, resta opaca e irrisolta, sottraendosi a una piena simbolizzazione e mantenendo una funzione perturbante all’interno della coscienza narrante.
Dal punto di vista stilistico, Bella mia si inserisce in una poetica della sottrazione che assume anche un valore etico. Susan Sontag ha messo in guardia contro il rischio di una rappresentazione compiaciuta del dolore, ricordando che «la sofferenza non chiede di essere abbellita, ma compresa nei suoi limiti di rappresentabilità» (Regarding the Pain of Others).
La prosa di Di Pietrantonio, asciutta e controllata, risponde a questa esigenza: l’emozione non è mai spettacolarizzata, ma trattenuta, affidata a una lingua essenziale e densamente significativa. Un elemento centrale del romanzo è la dimensione corporea del lutto. Il dolore non viene elaborato come astrazione psicologica, ma inscritto nel corpo e negli spazi quotidiani.
Elaine Scarry osserva che «il dolore resiste al linguaggio e tuttavia cerca continuamente una forma per manifestarsi» (The Body in Pain). In Bella mia, ciò che non può essere pienamente detto emerge attraverso i gesti, gli oggetti, le abitudini svuotate di senso: il corpo diventa il luogo in cui l’assenza si deposita e persiste.
In conclusione, Bella mia si configura come un testo di elevato rigore formale e di significativa rilevanza critica. Attraverso una scrittura sobria e una struttura frammentaria coerente, Donatella Di Pietrantonio elabora una rappresentazione del lutto che rifiuta ogni risoluzione narrativa o consolatoria. Come avviene nelle narrazioni traumatiche più consapevoli, «non è la guarigione a essere messa in scena, ma la fedeltà all’esperienza» (Caruth). In questa fedeltà risiede la forza del romanzo e la sua piena legittimità come oggetto di indagine critica.
Gabriella Zonno

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