
Esordisco dicendo che il genere letterario del giallo non è un genere che mi piace. Pur avendo letto tutti i libri di A. Christie e pur essendo stata una fan di Sherlock Holmes, Perry Mason, Ellery Queen, Jessica B. Fletcher. I miei personaggi preferiti sono sempre stati Derrick e l’ispettore Colombo. Questa carrellata, perdonatemi, mi serve per fare mente locale e anche per rilevare che la tipologia di poliziotto a me più affine non è quello d’azione, ma piuttosto quello dall’apparenza dimesso che usa l’esperienza più che i muscoli per trovare il colpevole.
Colombo, in particolare, suscitava in me una particolare simpatia. Sarà perché in realtà ho sempre pensato al poliziotto ideale come a un uomo bello, forte fisicamente e molto sicuro di se. Un tipo stile Tom Cruise, tanto per intenderci. Quindi, vedere anche solo per fantasia televisiva che un signore con aria dimessa, sempre con il solito impermeabile, con il vizio del fumo, senza grandi inseguimenti e senza usare la violenza, riusciva comunque a trovare il colpevole non poteva che stupirmi in modo positivo.
Tutto questo spiega in parte perché mi sono appassionata alle vicende del Commissario Bordelli, anche se non è un cognome degno di un poliziotto. Chissà perché l’autore ha scelto questo cognome; chissà se Vichi si ricorda cosa significa bordelli al singolare. In ogni caso, io al suo posto avrei scelto uno dei seguenti cognomi: Giustini, Marziali, Tempestini, Luzio, Foti, Giudici. Tuttavia, non si può non avere simpatia per il Commissario Bordelli. Motivo sufficiente, a mio modesto avviso, per appassionarsi alle sue vicende, tutte ambientate a Firenze tra gli anni Cinquanta e Settanta. In pratica negli anni d’oro della Firenze del Dopoguerra.
Leggere delle varie strade e stradine di Firenze, ma anche del mitico ristorante Da Cesare, che era sito sotto l’ufficio di mio padre e dove appunto sono stata a mangiare qualche volta proprio con lui non ha prezzo.
Entrando nel merito del libro, questa volta l’autore ha toccato temi diversi dal solito. Si parla di bullismo, di fascismo, di scrittura, di amore omosessuale tra donne, di Parigi, di volontariato in paesi lontani come il Pakistan. La traccia è un binario, che offre l’occasione a Vichi per addentrarsi nei temi suddetti.
Con umiltà e senza pregiudizi di sorta. Con apparente leggerezza Vichi dimostra una grande sensibilità umana e letteraria. In breve, l’ultimo romanzo di Vichi è una continua sorpresa, ma senza eccessi. Ciò detto, a mio modesto avviso, questo romanzo è una perla in mezzo al mare magnum della produzione editoriale italiana.
di Gabriella Zonno

Rispondi