In memoria di Barbara Nativi-Tributo di Gabriella Zonno

Barbara Nativi

Barbara era una di quelle donne che sembravano nate per lasciare il segno. Sempre in movimento, con un’agenda piena di appuntamenti, idee e progetti, era il tipo di persona che non si lasciava scoraggiare facilmente. Aveva una passione innata per il teatro, non solo come spettatrice, ma anche come promotrice instancabile di nuove iniziative. Per lei, il teatro non era solo un’arte, ma uno strumento di trasformazione culturale e sociale. Fu proprio grazie alla sua determinazione che il Teatro della Limonaia, un piccolo spazio teatrale a Sesto Fiorentino, venne inserito nel circuito europeo dell’Intercity Festival.

All’epoca, l’Italia viveva un periodo di grandi contraddizioni culturali. Eravamo nella seconda metà degli anni Ottanta, e mentre alcuni cercavano di mantenere vive le tradizioni artistiche e culturali, la maggior parte della popolazione si abbandonava a una cultura pop superficiale e consumistica. Nel 1987, l’anno in cui la rassegna prese il via, i programmi televisivi trash come “Drive In” dominavano le serate italiane, mentre i “paninari” e la “Milano da bere” definivano il volto di una generazione. Eppure, sotto questa patina luccicante, c’era chi lottava per creare spazi di resistenza culturale, e Barbara era una di quelle persone.

Quell’anno fu significativo anche per altri motivi. Nel piccolo borgo di Impruneta, a pochi chilometri da Firenze, si tenne il primo congresso nazionale della comunità lesbica italiana, un evento rivoluzionario per l’epoca. Io, intanto, frequentavo la facoltà di Scienze Politiche alla Cesare Alfieri. Ero immersa nei miei studi, ma non completamente disconnessa da ciò che accadeva intorno a me. Fu una ragazza del mio gruppo di studio, una giovane toscana con una parlantina vivace, a parlarmi per la prima volta del Teatro della Limonaia. «Devi assolutamente venire», mi disse con entusiasmo, «non hai idea di cosa ti perdi».

Ricordo ancora la sera in cui decisi di andare. Non sapevo bene cosa aspettarmi. Il nome del teatro evocava qualcosa di esotico e profumato, ma quando arrivai rimasi spiazzata. Non c’era nulla di esotico o sofisticato in quel luogo. La Limonaia era nascosta dietro un cancello discreto, e l’ingresso, semplice e privo di fronzoli, conduceva a una sala che sembrava più uno scantinato che un teatro. Era lunga, stretta e scarsamente illuminata, con un palco minuscolo e privo di scenografie elaborate. Non c’erano sedili veri e propri, ma solo gradoni in cemento su cui il pubblico si sistemava alla meno peggio. Persino il guardaroba sembrava una soluzione improvvisata, un angolo della sala lasciato al caso.

Eppure, c’era qualcosa di affascinante in quell’essenzialità. Era come se quel luogo sfidasse ogni convenzione, mettendo in primo piano solo ciò che contava davvero: gli attori, il testo, le emozioni. Ricordo che ero pronta a liquidarlo come uno dei tanti esperimenti di pseudo-alternatività, ma la mia opinione cambiò nel momento in cui le luci si abbassarono e sulla scena comparve Peter Brook.

Sì, proprio lui, il maestro del teatro inglese, il rivoluzionario della scena contemporanea. Non avrei mai immaginato di trovarmi davanti a un artista di tale calibro in un luogo così semplice e apparentemente anonimo. Il suo monologo fu un’esperienza che mi catturò completamente. Ogni parola, ogni gesto sembrava riempire la sala, trasformandola in un universo pulsante di significato. Fu come se quel piccolo teatro si trasfigurasse sotto i miei occhi, diventando un tempio dedicato all’arte più pura.

Da quella sera, la Limonaia divenne per me un appuntamento fisso. Ogni anno attendevo con ansia l’arrivo dell’autunno e l’apertura del festival. Barbara, con la sua inesauribile energia, continuava a essere la forza trainante di tutto questo, dimostrando che a volte bastano passione e determinazione per trasformare un piccolo sogno in un grande successo.

In fondo, credo che sia questa la magia del teatro: la capacità di trasfigurare il quotidiano, di rendere straordinario ciò che, a prima vista, sembra ordinario. E forse è proprio questo che Barbara ci ha insegnato, con il suo entusiasmo e la sua instancabile visione.

Gabriella Zonno

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