
Si intitola Bruges la morta, il romanzo del 1892, ma potrebbe intitolarsi “Bruges la bigotta” o “Bruges l’ipocrita”. Una città grigia e bacchettona, evocata dalla penna simbolista e decadentista del belga Georges Rodenbach (1855-1898), la quale fa da sfondo a un dramma che ha qualcosa di grottesco. L’intreccio è abbastanza semplice: il protagonista, Hugues Viane, vedovo inconsolabile, si trasferisce nella cittadina belga dopo la morte prematura dell’amata moglie. Qui conduce una vita autopunitiva, in attesa di ricongiungersi, nell’aldilà, all’amata, finché un giorno, durante una passeggiata, s’imbatte in una donna che è il ritratto spiccicato della cara estinta. Colpito da questa apparizione inaspettata, l’uomo la segue e riesce a instaurare una relazione con lei, quasi come se ciò bastasse a far rivivere la moglie morta.
Vi ricorda qualcosa? Sì, l’idea dello strano doppelgänger ha influenzato vari autori, non ultimo Alfred Hitchcock (La donna che visse due volte, 1958), ma il romanzo breve di Rodenbach ha caratteri peculiari. Vediamo come prosegue la storia. Jane Scott, questo il nome della sosia inconsapevole, somiglia come una goccia d’acqua all’altra donna, ma la somiglianza si ferma all’aspetto fisico: per il resto è completamente diversa, è un’attrice (mestiere considerato “peccaminoso” ancora alla fine dell’Ottocento nella cattolicissima Bruges) e non ha nulla della fedeltà e della modestia della defunta: infatti vive in concubinaggio con Hugues, che le ha affittato una casa dove viene ricevuto di nascosto, dando scandalo nella cittadina pettegola, dove tutti sanno tutto di tutti. Perfino la vecchia governante del protagonista, un personaggio odioso e meschino nel suo beghinaggio, abbandona quella casa in odore di “peccato mortale” quando il padrone decide di invitare Jane a casa sua per cena, per di più durante la processione per una sacra ricorrenza.
La storia volge infine rapidamente verso il tragico, nell’ultima pagina, quando Jane tratta con poco riguardo il grottesco santuario che Hugues ha eretto in casa sua, dedicato all’ex moglie, verso cui ha ancora una venerazione fanatica, finché l’uomo non strangola la sosia “sacrilega” con la stessa treccia della morta, conservata sottovetro come una reliquia. Il romanzo si chiude così, in modo improvviso, lasciando al lettore l’interpretazione di questo folle gesto e delle sue conseguenze.
Rodenbach non nasconde le sue simpatie religiose e fa di tutto per far sembrare colpevole la povera Jane, quando è lei la vera vittima di femminicidio, come diremmo oggi, di un vecchio pazzo bigotto. Il libro lascia l’amaro in bocca e conferma il mio giudizio su ogni manifestazione di fede formale e fanatica (e quindi “morta”) che porta troppo spesso alla tragedia.
Si tratta comunque di un’operetta apprezzabile per le atmosfere crepuscolari, che non annoiano, e per le descrizioni sapienti dello spirito di una città che ha qualcosa di gotico. Ringrazio, per avermelo prestato, l’amico Iveano Benigni Braschi, il quale ha scritto anche una pregevole poesia omonima.
Bibliografia
Rodenbach G., Bruges la morta, Roma, Fazi, 2016.
Firenze, 2 settembre 2025

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