Massimo Acciai Baggiani legge “Ma il bene resiste” di Massimiliano Bardotti

Ho conosciuto il poeta Massimiliano Bardotti nell’ambito degli incontri dell’associazione Sguardo e Sogno, fondata da Paola Lucarini, che frequentavo assiduamente prima del Covid. Ho ricevuto in dono il suo ultimo libro, Ma il bene resiste, e l’ho letto tutto d’un fiato con grande interesse e gratitudine. Io sono buddista e quindi la mia lettura è stata da ateo (e anticlericale) ma non per questo meno fruttuosa: in fondo tutte le religioni si pongono le stesse domande, in particolare sulla questione della morte (o “fine vita”, come viene oggi definita). Le risposte che ho trovato nel buddismo di Nichiren Daishonin (il prete giapponese che ha fondato la sua scuola, basata sul Sutra del Loto, nel XIII secolo) sono certo diverse da quelle cristiane di Bardotti – nel buddismo la concezione del tempo è ciclica, quindi non esiste un inizio né una fine, solo un susseguirsi infinito di reincarnazioni – ma lo sgomento da cui tutti partiamo, all’inizio del nostro percorso spirituale, quando da bambini scopriamo per la prima volta che un giorno “non ci saremo più”, è più o meno lo stesso.

Bardotti ha trovato le sue risposte nella fede cattolica e nella poesia: il suo libro è un’antologia di poeti che lo hanno accomapagnato nel suo percorso umano (Borges, Rumi, Tagore, Damiani, Pessoa, Pascoli e molti altri) e da lui commentati toccando appunto grandi temi quali la morte, l’amore, il senso del dolore e la ricerca dell’Assoluto.

La sezione dedicata dedicata al dolore e alla morte parte da un presupposto provocatorio, paradossale: dolore e morte possono essere visti in chiave positiva! Questa lettura appartiene anche al buddismo che pratico ormai da più di vent’anni, ma ancora mi sconvolge, soprattutto dopo aver assisito alla morte per cancro dei miei genitori: una morte dolorosissima e umiliante, che certo non meritavano e in cui si fa fatica a trovare un senso, divino o trascendente che sia. La questione per me rimane aperta, non sono ancora arrivato ad accettare un evento annichilante come la morte, né ad accettare il dolore (ma chi, cristiano o no, quando si ammala non va dal medico per allungare il più possibile questa vita terrena, anziché accogliere con gioia il passaggio a una “vita migliore”? E chi non assume antidolorifici, soprattutto quando si presentano certi brutti mali?). D’altronde qualcuno ha detto che il sole e la morte sono due cose che non possiamo guardare a lungo, dobbiamo distogliere lo sguardo velocemente. Significativa la chiusura con un breve scritto di Guidalberto Bormolini, il famoso tanatologo dei Ricostruttori, con cui mi sono confrontato in molte occasioni, il quale ha speso moltissime parole sull’argomento.

Che si sia d’accordo con l’autore o meno, gli interrogativi da lui posti sono eterni e universali, ci dobbiamo tutti sbattere la testa prima o poi. Mi ha colpito anche una definizione di “poeta” che Bardotti propone verso la fine del libro, prendendola da Rainer Maria Rilke: un poeta è qualcuno che sarebbe pronto a morire se gli si negasse la scrittura. Io non mi definisco poeta, piuttosto un narratore, ma posso affermare con sicurezza che non esiste cosa per cui io darei la vita: è troppo preziosa e unica, anche secondo la visione buddista (rinasceremo, sì, ma in un’altra forma, con un altro io).

Che il “bene” resista nel mondo, contrapposto a un male che impone una scelta radicale, un aut aut, lo penso anch’io e scelgo naturalmente il primo: ma in cosa consiste appunto il bene? Penso che stia nella ricerca della felicità in questo mondo, la propria e quella degli altri. Ed è quello che pensava anche il grande Budda Shakyamuni.

Bibliografia

Bardotti M., Ma il bene resiste, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2026.

Firenze, 15 agosto 2026

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