
La cosa più interessante della trilogia Pianeta impossibile di Harry Harrison (1925-2012) è forse la meno appariscente per il lettore medio: sto parlando dell’utilizzo dell’esperanto nel secondo romanzo della trilogia, ambientato su un pianeta colonizzato in un remoto passato da umani di Terido (che in esperanto signifa “Discendente della Terra”). Questo dettaglio dà una chiave di lettura particolare all’intera trilogia, apparsa in America tra il 1960 e il 1968: potrebbe apparire come una delle solite space opera dell’epoca d’oro della fantascienza, piene di battaglie epiche e di mondi strani, popolati da gente strana e ostile, da colonizzare a ogni costo, invece di una fine analisi sociologica e storica, che non manca di una certa amara ironia.
Il fatto che Harry Harrison sia stato un esperantista, attivo a lungo nel movimento, si accorda col suo pacifismo di fondo e con la rappresentazione della guerra come una grande bestialità, senza gloria, anche se il protagonista della trilogia, il giocatore professionista, Jason DinAlt, sembra di far tutto per trovarvisi immerso. Nel primo romanzo viene contattato da un gruppo di abitanti del pianeta Pyrrus, un mondo in cui i coloni umani sono in perenne guerra con l’ambiente, che alla fine della trilogia avrà la meglio. Jason fa di tutto per farsi portare su quel mondo alieno, nonostante venga sconsigliato più volte, e, a rischi della vita, cerca di riportarvi la pace, insegnando agli abitanti che la vita non è solo uccidere o essere uccisi.
Il “pianeta impossibile” del titolo della trilogia si riferisce proprio a Pyrrus, ma anche gli altri due pianeti in cui sono ambientati gli altri due romanzi non sono meno “impossibili”, nel senso di ostili e dominati dal perenne conflitto e dalla violenza barbarica. Nel secondo romanzo il protagonista si trova suo malgrado nei guai, stavolta senza esserseli cercati: rapito da un bigotto cacciatore di taglie, che vuole consegnarlo alla Giustizia, saprà trarsi d’impaccio grazie alla sua intelligenza machiavellica. Jason è un tipo scaltro e, benché si trovi più volte in situazioni disperate, non perde mai la forza per reagire.
Su questo pianeta barbaro viene parlata una versione corrotta, che ha perduto qualche vocale, della lingua di Zamenhof e Harrison ce ne dà qualche esempio: “k’e vi stas el?” (chi sei?), “k’e nam h’vas vi?” (qual è il tuo nome?). Naturalmente Jason è un poliglotta che conosce bene l’esperanto e può rispondere a tono.
Jason, ci dice l’autore, è un tipo pacifico ma dovrà uccidere molte persone per raggiungere i suoi scopi che, paradossalmente, sono pacifici: nel primo romanzo la convivenza tra pyrriani, grubber (un gruppo di coloni che si è separato dal gruppo originario, per vivere una vita meno tecnologica) e la fauna e flora di Pyrrus[1], nel secondo romanzo si batte contro lo schiavismo e nel terzo cerca di civilizzare dei barbari spietati sul pianeta Felicità (nome ironico, ovviamente) per istallarvi delle miniere molto redditizie.
Il fine giustifica i mezzi? Jason si trincera dietro il vecchio detto “Non si possono fare frittate senza rompere le uova”, sicuro del fatto suo. Io ho le mie riserve a proposito; mi piace piuttosto la citazione di Stephen King: “combattere in nome della pace è un po’ come scopare in nome della verginità”. Le scene di battaglia e di massacro, che abbondano in tutti e tre i romanzi, restano di una noia mortale e si possono saltare a piè pari: più interessante è andare al cuore della filosofia che ispira l’opera di Harrison. Ogni “vittoria” conseguita con la violenza è una vittoria di Pirro, come ci insegna la Storia (non è casuale infatti il nome del “pianeta impossibile”): ricordiamo che l’autore statunitense è stato pur sempre un esperantista e che l’esperanto è la lingua della pace per antonomasia.
Bibliografia
Harrison H., Pianeta impossibile, Milano, Editrice Nord, 1987.
Firenze, 8 settembre 2025
[1] Si può trovare qui un messaggio ecologista oggi più che mai attuale, ravvisabile anche in un altro romanzo di Harrison, più famoso: Largo! Largo! (1966) da cui è stato tratto il film del 1973 2022: I sopravvissuti.

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