
«Dunque ritieni che la letteratura cosiddetta “fantascientifica” non potrà mai avere un valore duraturo?»[1] Così inizia una discussione tra lo scrittore di fantascienza Martin Gibson, protagonista del romanzo di Arthur C. Clarke Le sabbie di Marte (1951), e il dottor Scott, a bordo di un’astronave diretta verso il Pianeta Rosso. Il dottore ricorda che i progressi e le scoperte scientifiche degli ultimi decenni hanno resto “illeggibili” molte opere di successo del passato, mentre lo scrittore – difendendo il genere – afferma che ancora le “frottole” di Wells sono ancora lette e amate dal pubblico. «Wells faceva della letteratura sul serio. Le creazioni della fantasia pura si leggono nonostante le previsioni fatalmente errate, ma non a causa di queste»[2] ribatte il dottore, chiudendo di fatto l’argomento.
Marte ha sempre solleticato la fantasia degli scrittori; si può dire che sia il pianeta più visitato dai sognatori di ieri e di oggi. Da La guerra dei mondi (1897) di Wells al recente The Martian (2011) di Andy Weir, corre una lunga linea di capolavori e romanzetti dozzinali ambientati sul vicino “gemello” della Terra, meta sempre agognata delle future spedizioni astronautiche[3], o comunque legati a Marte. L’argomento sarebbe troppo vasto per un breve articolo; mi interessa piuttosto il problema della “obsolescenza” rapida delle opere di fantascienza “extraterrestre”. Mi trovo sostanzialmente d’accordo con Clarke: non è neanche necessario che un’opera, per essere un capolavoro, sia aggiornata sulle più recenti scoperte scientifiche; in fondo le Cronache marziane (1950) di Ray Bradbury presentavano un Marte già inverosimile quando uscirono, riscuotendo un meritato successo e diventando un classico che ancora commuove e appassiona.
Il romanzo di Clarke, anch’esso dei primi anni Cinquanta dello scorso secolo, è ambientato su un Marte più verosimile di quello di Bradbury (presentando però molte analogie con questo, descrivendo un’epopea “di frontiera” che molto deve al mito americano del Far West), ma non è all’altezza delle Cronache marziane. Non che Le sabbie di Marte (1951) si un brutto romanzo, ma non è invecchiato altrettanto bene, a mio parere.
Ambientato verso la fine dello scorso secolo, in cui esistono basi stabili sulla Luna e su Marte, descritto come un mondo povero di ossigeno ma abitato da una curiosa specie vegetale che vive in simbiosi con i “marziani” (strani animali simili a canguri), il romanzo ha una trama piuttosto semplice, direi banale. Il piatto forte sono quelle invenzioni scientifiche (Clarke appartiene alla hard sci-fi) che facevano sognare il lettore dello scorso secolo ma che oggi appaiono abbastanza superate: le cupole trasparenti sotto cui vivono le piccole città dei coloni potrebbero forse essere verosimili, ma non certo le uscite degli esseri umani senza tuta, con solo una maschera per l’ossigeno e abiti pesanti contro il gelo marziano, e che tutto sommato la minore gravità non presenti problemi di sorta a lungo termine. Il pianeta, come avrebbero stabilito una volta per tutte le sonde automatiche americane, ha una pressione bassissima, non ha campo magnetico e quindi nessuna protezione contro i raggi cosmici, non c’è ossigeno né acqua allo stato liquido (forse nel sottosuolo) e la vita sulla superficie è impossibile se non per certi batteri estremofili che verranno forse un giorno scoperti.
Il Marte reale è molto meno “poetico” di quello immaginato dagli scrittori del passato: ciò non toglie che possano esservi ambientati ancora in questo secolo romanzi avvincenti come il già citato The Martian. Weir ha descritto un pianeta reale, tranne per la violenza della tempesta di sabbia che dà il via alle disavventure del protagonista, creduto morto e abbandonato dai compagni sul pianeta deserto.
Inevitabilmente un giorno molta di quella fantascienza contemporanea, che leggiamo oggi con gusto per il dettaglio tecnico, sarà superata dalla scienza: solo la forza della fantasia (il primo elemento del genere “fanta-scienza”), quel “quid” che è il valore aggiunto riscontrabile in Wells, Edgar Rice Burroughs e Bradbury, renderà ancora leggibili molti dei libri attuali, condannando all’oblio gli altri. Ai posteri l’ardua sentenza.
Bibliografia
Bradbury R., Cronache marziane, 1950.
Clarke A.C., Le sabbie di Marte, Milano, Mondadori, 2015.
Weir A., Sopravvissuto. The Martian, Roma, Newton Compton, 2017.
Firenze, 7 dicembre 2025
[1] Clarke A.C., Le sabbie di Marte, Milano, Mondadori, 2015, p. 42.
[2] Op. cit., p. 43.
[3] Ricordo che, da adolescente (negli anni ’90), una rivista scientifica descriveva nel dettaglio una missione con equipaggio umano che si sarebbe fatta probabilmente nel 2009: l’ho aspettata a lungo, invano.

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