Miriam Ticci legge

 “Più lontano dal mare. Cronaca di un naufragio” di Antonella Cipriani

La vita è a volte assai più stupefacente di un romanzo o di un film”; è un luogo comune, ma anche a volte una verità e, quando ciò accade, lascia addosso a chi ha vissuto quell’esperienza eccezionale una seconda pelle, che gli cambia l’esistenza e gli fa vedere la realtà con occhi nuovi, facendolo come rinascere.

Così è stato anche per questa scrittrice, che senza furbeschi abbellimenti ci fa rivivere veramente quel suo naufragio e quella sua rinascita nell’interminabile notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 all’isola del Giglio e ciò accade forse proprio perché consapevolmente l’autrice ha rinunciato a modificare il testo della prima edizione al fine di renderlo più accattivante e colorito.

La scrittura nasce dall’esigenza schietta di testimonianza e condivisione di un evento eccezionale e  drammatico come un naufragio, quel naufragio, e dal desiderio di liberazione dalle emozioni angosciose provate ed elevate all’ennesima potenza dal sentire comune di tutta quell’umanità, passeggeri e personale, presente sulla nave.

Nel racconto, in un climax antitetico, discendente/ascendente, tra entusiasmo iniziale per la crociera da un lato e piena consapevolezza del tragico evento dall’altro, si tocca una vasta gamma di sentimenti, partendo dalla gioia e l’euforia per la vacanza, l’allegria curiosa durante la visita alla nave, per finire tragicamente col dolore per i primi sospetti di vittime e il terrore per l’ennesimo inclinarsi della mastodontica nave, che rischia di travolgere la piccola scialuppa di salvataggio, ove si trovano la protagonista e sua cognata.

Tra l’inizio e la fine di questa progressione avvincono il lettore sequenze di vario tipo, spesso segnate da domande senza risposta.

Vi sono passaggi allusivi, come la richiesta di riconsegna al personale di bordo della carta rossa attestante la “avvenuta” frequenza al “futuro” corso di emergenza (“Ma noi il corso non l’abbiamo ancora fatto…Perché dovrei riconsegnarla?”), richiesta abnorme, che fa sorgere le prime perplessità sulla serietà e validità dell’organizzazione gestionale della crociera, dubbi subito dissipati dalle piacevoli esperienze che si susseguono, oppure i due momenti “fatidici”: quello della vista dei giubbotti di salvataggio nell’armadio e il gesto apparentemente automatico e frivolo della protagonista di portare con sé il cellulare, che si rivelerà più tardi un prezioso filo d’Arianna col mondo esterno e gli affetti più cari.

Ed ecco le scene d’impatto vividamente descritte, ove in rapida sequenza s’avvicendano la normalità di una cena di bordo tra cristalli e porcellane e l’improvviso imprevisto stridere di metallo e il boato seguito dall’arresto della nave e dal buio totale, mentre i passeggeri, prima ammutoliti, esplodono in un urlo di paura, allorquando la nave s’inclina su un fianco e li sbalza fuori dalle sedie come birilli colpiti da una palla. Dopo il tardivo avviso di evacuazione dalla nave, in un tragico “Liberi tutti!” senza direttiva alcuna da parte dell’équipe di comando di bordo, nel caos più totale, le due protagoniste, che rimarranno sempre unite tra loro facendosi forza l’una con l’altra, istintivamente si equipaggiano alla meno peggio e fuggono ai piani più alti (“Più lontano dal mare, più lontano dal pericolo!”), ove nei diversi infruttuosi tentativi di fuga notano scene di varia umanità: la vigliaccheria del cuoco che non molla il proprio posto in scialuppa, il senso del dovere e l’umanità della giovane hostess e degli assistenti di bordo, che fino all’ultimo rimangono a disposizione dei passeggeri per indicar loro dove si trovano le scialuppe e soccorrerli, l’angoscia di donne e uomini in abito da sera, che, dismesso ogni aplomb, piangono come bambini, ma pure il calore dell’amicizia e della solidarietà, sentimenti che emergono anche quandola protagonista stessa  per non separarsi dalla cognata rinuncia all’unico posto rimasto libero in scialuppa.

Dopo lo sbarco a terra la narrazione si fa diversamente drammatica, più piana e descrittiva di ambienti e persone, in particolare della generosa ospitalità degli isolani, che riscalda il cuore (“Luigi ci mette a nostro agio…la casa si riempie di persone.. provo solidarietà per quest’uomo che si è ritrovato in casa all’improvviso una folla carica dei propri bisogni…) e degli alterni sentimenti dei naufraghi, che oscillano dal sollievo per lo scampato pericolo al disagio per la perdita delle proprie cose fino al dolore attonito per chi non ce l’ha fatta.

Alla fine di questo terribile evento la protagonista mentalmente ripensa ai vissuti personali di tutti coloro che hanno fatto esperienza della comune tragedia; con una martellante anafora rivede chi per primo s’è salvato, chi su consiglio del personale è rientrato in cabina ove ha trovato la morte, chi folle di terrore s’è tuffato nel buio e nel mare senza più riemergere, chi..chi..chi….e, a suggello finale, “chi, nonostante avesse il dovere di rimanere più a lungo sulla nave, è sceso prima degli altri”; nessuna invettiva o accusa esplicita né alla compagnia di navigazione né al capitano, ma la voglia di giustizia per quei muti morti sì e per chi, più fortunato di altri, ha visto la morte in faccia e l’ha potuta raccontare. E la riconferma di ciò che realmente conta: la vita, gli affetti familiari e la solidarietà sociale; tutto il resto è zavorra.

“Più lontano dal mare” di Antonella Cipriani è un’opera autobiografica, che si legge tutta d’un fiato, ma che non si fa più dimenticare sia per l’efficacia espressiva che armoniosamente alterna dialoghi, descrizioni e monologo interiore sia per la completezza e nitidezza del narrare, sia per la capacità forte dell’autrice di ben rappresentare se stessa e gli eventi e le persone di questa tragedia collettiva.

di MIRIAM TICCI

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