Paolo Dapporto legge “Quel che resta di Firenze” di Carlo Menzinger

Quel che resta di Firenze

Firenze non esiste più. Difficile da immaginare e da digerire, ma la nostra città, amata e ammirata dalle persone che hanno occhio e cuore per il bello, ha esaurito il suo ciclo vitale. È quello che ci trasmette questo bel libro, ucronico o fantascientifico con risvolti di realismo di Carlo Menzinger di Preussenthal. Perché è successo? Cosa non ha funzionato? Si chiede l’autore. Forse era inevitabile che finisse cosi, come sono finite tante civiltà che si sono succedute nella storia del nostro pianeta. Firenze, in fondo, non è un caso isolato, ma rientra nel destino comune del mondo. Sono tante le cause che hanno ridotto a scheletri e rovine i nostri monumenti, ma, dovendo scegliere, quelle più importanti che se ne sono trascinate dietro tante altre, le concause, come si dice con un termine che non mi piace, sono state l’egoismo e la visione ridotta e limitata dell’uomo che non si è curato del futuro suo e dei suoi figli. Le persone più illuminate sono delle moderne Cassandre, derise e umiliate dalla maggioranza stupida e violenta che pensa solo al suo interesse immediato. La scrittura sapiente e a volte cruda di Carlo Menzinger è particolarmente avvincente ed è difficile scegliere i racconti da citare. Mi hanno colpito “Il muro”, il primo della raccolta, con Firenze chiusa dal resto del mondo, “L’apocalisse dei bambini” col Morbo che non perdona, “Sarò la tua memoria” dove l’uomo legge il suo nome su un cartellino, “Firenze underwater” dove la bistecca fiorentina è diventata una droga, “L’oro di Ponte Vecchio”, con i pirati che assalgono Firenze e il giovane Abbas che si illude di rubare un sacco di oro, “Il bambino e il cacciatore” dove un bambino viene risparmiato dal terribile Manfredi Mangiaboschi. Il lettore resta con l’idea romantica che il bandito si sia affezionato al bambino in un barlume di umanità. Nel racconto “In quel che resta di Firenze”, che dà il nome alla raccolta, l’autore fa un breve excursus sulla decadenza della civiltà occidentale fino all’Evo Finale, anno 2586, quando Firenze sarà una città dove regnano solo rovine. Il racconto che chiude la raccolta è il mio preferito, nel senso che mi ha colpito di più, perché la storia si svolge a Rifredi, il mio quartiere, che non è stato risparmiato. La galleria mai completata, che avrebbe dovuto passare sotto via Vittorio Emanuele e finire non so dove, perde la sua finzione e diventa vero, vivo, anche se di animali feroci. Un finale crudele che toglie ogni barlume di ottimismo: “La natura non concede seconde occasioni”.

Un bravo sincero all’amico Carlo.

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