Ed eccomi alla lettura di un terzo romanzo dell’interessante autore partenopeo Maurizio J. Bruno: “Veli”. Già avevo molto apprezzato “Eden” ((Edizioni Creativa, 2008; Tabula Fati, 2016), un romanzo di fantascienza che parla del ritrovamento di manufatti umani su pianeti appena scoperti, e gradito la lettura della spy-story fantascientifica “Ralf” (Taurus Editore,1999; UNI Service. 2008; Tabula Fati, 2020), ma credo che “Veli” (Solfanelli, 2017) sia il migliore dei tre.
Questo romanzo mescola sapientemente tre storie, funzionali tra loro: la prima missione umana su Marte, la ricerca di documenti perduti relativi a Raimondo di Sangro e la storia d’amore tra i due protagonisti, lui ingegnere dell’ESA, impegnato a risolvere i problemi dell’astronave in una corsa contro il tempo per consentire agli europei di arrivare sul pianeta rosso prima dei cinesi, lei una storiografa alle prese con un segreto ritrovato scientifico del celebre studioso napoletano.
A farmelo apprezzare forse c’è anche un interesse soggettivo e personale, sia verso i tentativi di colonizzazione dello spazio, sia verso la figura di Raimondo di Sangro di San Severo, uno dei miei antenati dalla biografia più suggestiva.
Al di là di questo, però, credo che si debba oggettivamente apprezzare questo romanzo per la cura con cui le tre storie, in apparenza inconciliabili, siano fatte convergere, in un intreccio avvincente, mai scontato e quanto mai articolato, ulteriormente arricchito da episodi di spionaggio e tradimenti.
Se a metà romanzo, sospettavo che l’autore avrebbe fatto sì che il protagonista trovasse la soluzione ai problemi di tenuta termica dell’astronave ricorrendo alla scienza settecentesca del principe di San Severo, più ardua mi appariva la sua impresa di trovare un modo per consentire alla recente storia d’amore tra i protagonisti di sopravvivere a tante vicissitudini, ma Maurizio J. Bruno riesce a sviluppare per ogni cosa una soluzione brillante. Così brillante che mi sono quasi chiesto se la risolutiva invenzione di Raimondo di Sangro non fosse del tutto frutto della fantasia, sebbene non ne avessi avuto notizia, ma, almeno da una ricerca veloce che ho appena fatto, temo che la tecnica descritta non possa essere un merito da attribuire a questo antenato, già celebre per aver inventato, tra le altre cose, la tela impermeabile, anche se, comunque, considerarlo solo un alchimista sarebbe riduttivo e i suoi meriti restano tanti. Se mai riuscirò a scrivere la storia della mia famiglia, penso che non potrò non citare questa mia lettura, così come “L’uguaglianza delle ossa” di Vincenzo Sacco, che pure parla di questa figura innovatrice.
di Carlo Menzinger di Preussenthal

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