
431 a. C. – 16 febbraio 2024 p. C
Povera Filomela[1] che gorgheggi
Sull’alto ramo nella notte oscura
Il tuo tiranno ogni nota accusa
E ne denuncia le offese e gli oltraggi.
Che Tereo o Vladimiro lo dileggi
Poco importa a chi subì tortura
Ogni tiranno è sempre una iattura
Liberticide sono le sue leggi
Ma il tuo gorgheggio vola in cielo lieve
E nessuno lo imbriglia con le dita
D’età in età si narran le tue pene
E la tua gola ridiventa viva
Infamia eterna a chi morte ti diede
Aspirazione a libertà fiorita.
Dov’è che siete voi, uomini illustri o
Sconosciuti, nel cui cuore brilla di
Dignità la luce forte e chïara
Nel cui cuore tremore non alberga?
Cerulei occhi sono stati chiusi
Glauco un animo hanno spento fiero
Del corpo strame hanno fatto impii
Ed empi senza verecondia alcuna.
Ma simbolo è rinato a nuova vita
A vituperio della tirannia
Onta per chi il delitto ha perpetrato
Sacrario aperto a tutte le nazioni
Fiaccola che di mano in mano passa
A consacrare l’alma libertà.
[1] Filomela: nel mito classico e nella tragedia di Sofocle, andata perduta, F. subisce lo stupro reiterato da parte del cognato Tereo, re di Tracia e marito di Procne, sorella di Filomela. Egli per non farle svelare l’empietà subìta le mozza la lingua rendendola muta. Filomela, però, riesce egualmente con Procne a organizzare la sua atroce vendetta e, braccata da Tereo che vuole uccidere moglie e cognata, viene trasformata per metamorfosi in usignolo, che canta con voce sublime il proprio dolore e l’infamia di Tereo e diviene così poesia eterna di denuncia sugli oppressi.

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