WEN – ANTENATI – La caccia – Luigi De Rosa


In quel vasto territorio innevato l’unica possibilità era usare l’olfatto. La neve copriva le tracce, e sebbene fossero pochi gli animali in grado di mimettizzarsi con il colore candido del manto nevoso, anche la vista era praticamente inutile. Forse l’udito poteva essere un vantaggio, ma sapeva che la preda l’aveva ancora migliore del suo, quindi l’unica speranza era sentirne l’odore.
Afferrò la lancia che aveva conficcato nel terreno e si mosse ancora una volta. Doveva riuscire a trovare un animale, altrimenti la sua famiglia sarebbe morta di fame. L’inverno era sempre la stagione più difficile, perché le grandi prede si spostavano e non sempre la sua compagna riusciva a tenere il passo, specialmente con l’arrivo di un altro figlio. Lei specialmente aveva bisogno di cibo, proprio per poter sfamare l’ultimo arrivato, che ancora succhiava dal suo seno.
Solo la fortuna gli avrebbe permesso di trovare abbastanza cibo da non doversi più preoccupare della salute della sua famiglia per giorni.
E la fortuna arrivò, proprio quando aveva deciso di rinunciare.
Il Cacciatore vide qualcosa di enorme, come una grande roccia, che non sembrava avere niente a che fare con la Natura circostante. Dovette avvicinarsi per capire che si trattava della carcassa di un Manàk, uno dei grandi erbivori con la proboscide e le zanne. Era proprio quello di cui aveva bisogno. Si trattava molto probabilmente di un esemplare troppo vecchio o ferito per continuare il viaggio con il resto del branco che quindi lo aveva abbandonato. La Natura permetteva solo ai più forti di vivere, e quell’esemplare non lo era stato abbastanza, ma avrebbe permesso a lui e alla sua famiglia, grazie alla sua carne, di irrobustirsi abbastanza da poter ancora una volta affrontare i pericoli e gli ostacoli che il mondo avrebbe posto davanti a loro.
Si avvicinò, sperando che l’animale fosse morto da poco, o ancora meglio che fosse ancora vivo ma solo in procinto di morire, ma qualcosa lo costrinse a fermarsi.
L’animale sdraiato si muoveva in modo strano. Al Cacciatore era capitato di vedere esemplari mentre dormivano, e sapeva riconoscere quando un animale si muoveva per via del respiro. Ma il Manàk non si muoveva come se stesse respirando, ma come se qualcosa lo stesse colpendo.
A quel punto udì un ruggito. Non era l’unico predatore che cercava un modo per sfamarsi, ma disgraziatamente era arrivato per ultimo. E chi era arrivato prima di lui aveva sentito il suo odore.
Prima che potesse allontanarsi per trovare un riparo dove celare la propria presenza, il Cacciatore vide una figura, prima nascosta dalla grande carcassa, entrare nel suo campo visivo.
Era un Dente di Lancia. Il più pericoloso dei predatori, il nemico, o forse sarebbe stato più giusto chiamarlo “rivale”, dei Cacciatori.
Evidentemente aveva già cominciato a nutrirsi perché quando la sua figura fu completamente alla sua vista, il muso e le zanne erano macchiate di sangue.
Il Cacciatore capì di non avere scelta: se voleva mangiare e far mangiare la sua famiglia, avrebbe dovuto rivendicare la preda. Afferrò saldamente la lancia e la puntò contro l’animale che lentamente gli si avvicinava. Iniziò ad emettere versi ed urla minacciose per spaventarlo, ma senza successo: il Dente di Lancia non avrebbe ceduto la sua preda.
Allora il Cacciatore prese ad avvicinarsi a sua volta all’animale. Se si fosse portato a distanza di tiro, avrebbe potuto uccidere il predatore o ferirlo abbastanza da convincerlo a lasciare la preda a lui.
Il Dente di Lancia ruggì ancora una volta. Aveva smesso di avanzare, in difesa della fonte di cibo.
Il Cacciatore allora si avvicinò ulteriormente e, preso più dalla disperazione che non dal coraggio, provò un primo affondo. Ma il Dente di Lancia spostò indietro il peso del suo corpo per poi scattare di lato. A quel punto con una zampata colpì la lancia spezzandone la parte più alta dove si trovava la punta acuminata.
Il Cacciatore ora era disarmato, ma non si sarebbe arreso. La sua famiglia aveva bisogno di carne, proprio come lui. Si gettò quindi nella direzione dov’era caduta la punta della lancia e l’afferrò proprio quando il Dente di Lancia saltò contro di lui…..


<Marco? Marco! Su forza, andiamo!> gridò ad un certo punto la maestra con tono impaziente.
Marco era davanti alla scena di combattimento tra l’Uomo Primitivo e la Tigre a Denti a Sciabola. La tigre era il suo animale preferito, e dato che a Geografia e a Scienze gli era stato detto che era in via d’estinzione, non faceva che chiedersi se sarebbe stata in grado di difendersi meglio se avesse ereditato quegli enormi denti dalla sua antenata. Questo pensiero continuò ad assillarlo mentre prendeva lo zaino dirigendosi verso l’uscita del Museo di Storia Naturale insieme alla maestra.

Cristina Muntoni • La parità di genere nella Preistoria



di Luigi De Rosa

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