WEN – AVARIZIA – Il sudore di una vita – Antonella Cipriani

Quel gioco ebbe inizio nel lontano 1999, quando l’euro cominciò a popolare le tasche e le borse degli italiani, al posto delle lire.

«Eh no, io non mi faccio fregare!»

Tutte le sere prima di coricarsi, tirava fuori dal portafoglio una banconota da dieci euro e come la preghiera della sera recitava. «Questi sono per la colazione che non ho fatto al bar, per la mortadella e le olive che non ho preso al banco del supermercato, per i cioccolatini che ho lasciato nell’espositore». Ogni giorno una sottrazione diversa, così da riparare a quell’aumento ingiustificato della vita.

Riponeva tutto in una scatola da scarpe e si infilava soddisfatto sotto le coperte.

Viveva solo, in un appartamento di centocinquanta metri quadrati, cinque vani, circondato da mobili antichi ma di scarso valore. Sua madre era morta. Non un amico, non una compagna al suo fianco. Di storie ne aveva avute, ma erano durate la parabola di una fase lunare: dopo la passione e curiosità iniziali, il rapporto si indeboliva a tal punto da scomparire proprio come la luna quando è nera. Anche l’ultima relazione era finita così, quando lei, sbattuta fuori di casa dal marito accortosi della tresca, aveva creduto di stabilirsi da lui che, già nella fase calante, senza troppi problemi invece se ne liberò.

Erano passati diversi anni da quell’episodio e Rino era già in pensione. Non temeva la solitudine. Il suo unico pensiero era il denaro, unito alla paura di perderlo, di non averne abbastanza in caso di necessità. Eppure non se la passava male, aveva un più che discreto conto in banca, un’ottima pensione e poche pretese. Quella preoccupazione simile all’angoscia, gli risuonava dentro il petto, e gli cantava la solita nenia “Non si sa mai il bisogno” e l’unico modo per metterla a tacere era assecondarla con la parsimonia e il controllo sul denaro. Trascorreva le giornate concentrato sull’unico scopo della sua esistenza: recuperare i dieci euro che lo Stato quotidianamente gli rubava. Non era facile inventarsi sempre nuove possibilità, ma ci riusciva: l’offerta sulla macinata, il metà prezzo del caffè, il biglietto della tramvia risparmiato tornando a casa a piedi.

Negli anni la scatola di cartone non gli bastò più, così l’aveva sostituita con un cuscino, ricavando una nicchia nella gommapiuma e riponendovi all’interno tutte le banconote ben ordinate.

«Eh no, non prenderete i miei soldi, il sudore di tutta la mia vita» aveva

La morte dell’avero – H Bosch

sogghignato una sera di fronte alla tv ascoltando la notizia di una probabile manovra sulla patrimoniale da parte dello Stato. Il mattino seguente era già in banca. Ritirò un po’ alla volta tutto il denaro dal conto, lasciandone un’esigua somma. Inutili gli avvisi e le notifiche da parte del suo consulente, che non era mai riuscito a coinvolgerlo in azioni e investimenti.

 «Eh no, io non mi lascio fregare» ripeteva a sé stesso e a un pubblico invisibile, mentre sistemava il malloppo di carta non sotto il materasso, come recita il proverbio, ma dentro.

Sì proprio all’interno. Scorrendo la cerniera e tolta la fodera, come col cuscino, aveva tagliato con un trincetto affilato il blocco di lattice a metà come se dovesse imbottire un panino gigantesco. Aveva adagiato tutto “il sudore di una vita” su quella fetta compatta, avendo l’accortezza di disporre le banconote della stessa taglia e valore per non creare avvallamenti che il corpo avrebbe avvertito. Posizionata sopra l’altra metà, e con molta difficoltà la fodera che adesso sembrava essersi rimpicciolita, aveva rifatto il letto ammirando soddisfatto il risultato. Nemmeno il ladro più esperto si sarebbe accorto di ciò

Attacco di cuore, fu la diagnosi del medico legale, che ne accertò la morte, dando il via alle procedure burocratiche, mentre il materasso insieme ai mobili scadenti e a tutto il resto della casa, finì alla discarica comunale, poiché nessuno, parente, amico, conoscente, reclamò alcunché.

di Antonella Cipriani

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