È ricchezza il nostro tempo
La più grande che abbiamo
E ci sfugge in un lampo

E no, non l’accumuliamo
Cassaforte non lo ferma
Materasso non lo calma
Pover il bancar che crede
Il suo fluss’attualizzare
Con il trist-tasso che incede
Sua corsa monetizzare
Tempo non è mai denaro
Non moneta per l’avaro
Non si può davver comprare
Giammai vender lo potremo
Poc’abbiamo da campare
E il temp’or finiremo
Forse, oh me disgraziato,
Pur avendolo sciupato.
Alle spalle rimirando
Dritto nel cuor lo vedremo
Ma davanti, dileguando,
Or davanti lo scorgiamo
Rattamente scomparire
Mentre scioglie le sue spire.
Regaliam ore al sonno
Che compensa dolcemente
Con il dono dell’inganno
Col sognare beatamente
Sogno, sogno vita nuova!
Sogno, sogno che rinnova!
Svendiam ore al lavoro
Ammucchiando vacue cose
Che ci paiono decoro
D’assai piccol amar case
Che per regger tutto dentro
Al vicin ci metton contro.
E ancor rubiamo tempo
Per aver più grandi stanze
Lavoran senza più scampo
E scordate son le danze
Perso il tempo del gioco
E da viver resta poco.
E tu pover pensionato
Pur ti crucci della fine
Del lavoro tuo forzato
Della frusta vuoi le spine
L’orologio chiami mamma
Ed ignori bella flemma.
Non capisci? Non afferri?
Il più ricco non ha meta
Delle or non ha i ferri
Vagabondo nel pianeta
È di tutti il più ricco.
Sei davver tu il più sciocco.
Ma or hai vinto il premio
Libertà di vagabondo
Pazzo senza manicomio
Liber per il vasto mondo
Dell’orologio e del calendario
Seppur bianco il capello,
Curva la schien’ad ombrello.
Firenze, 30/08/2005
Tratto da “Rimando rido” di Carlo Menzinger di Preussenthal

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