I
Cosa volete da me,
cosa volete da me
piccoli occhi saurini
affissi alle pareti sgretolate?
Cosa volete,
cosa volete da me
piccoli occhietti muti,
occhi senz’anima,
occhietti che non rivelano,
occhi che non dicono il perché
della loro antica, arcana presenza?
Cosa aspettate
piccoli corpi dalle infinite code,
rettili dalle sette vite,
eterne fenici nascoste nelle ceneri?
Cadrà certo,
un giorno certo cadrà
il lucente uccello rombante
che ci fa sovrani del cielo.
E affonderanno
le innumerevoli attentatrici di Nettuno
affonderanno le petroliere
dal letale sangue di morte,
affonderanno le portaerei
dense di stupide mosche d’acciaio,
affonderanno le corazzate
rose da inarrestabili ruggini
e gli yachts e i motoscafi…
Lo so, ma perché
fredde lucertole dai muri
mi fissate così?
Perché continuamente ostentate
la vostra immagine
da miliardi di anni
stagliata tacita
su queste vecchie pareti
di solo qualche anno fa?
Cosa volete dirmi
con la vostra arcana
silenziosissima presenza?
II
Attendono mute,
sui muri inondati di sole,
le lucertole.
Aspettano, ritmando gli anni
col battito dei loro piccoli cuori,
che il cielo esploda
in una voragine di fuoco
e allora loro, in muta attesa da secoli,
da secoli innumeri,
raccoglieranno l’energia sparata,
sparata contro le vetuste mura,
la raccoglieranno e cresceranno,
cresceranno e si propagheranno
tra l’erba essiccata da inusato calore
per questa terra riarsa
tradita dai loro antichi progenitori.
Sauri muti attendono
sui muri inondati di sole
il Grande Sonno dell’Uomo.
Ci guardano taciti passare,
ci guardano con i piccoli occhi antichi,
ci guardano e attendono muti
il volgersi ciclico dei secoli,
sicuri dello sgretolarsi dei muri,
sicuri delle albe e dei tramonti,
sicuri del piccolo battito dei loro cuori.
III
Ed ecco che,
lenti e gobbuti,
i cammelli
già vedo
trascorrer e calpestar
del Colosseo le ceneri immote
e d’improvviso
il vento abbaia e schiaffeggia
la porta del tempo
e c’assale,
te e me,
raggomitolati nel crepuscolo roteante
oltre la finestra incorniciata di palme rosa,
te e me,
salutanti le lucertole
che, benedette dal papa,
salgono sul nostro trono fetente
trafitto dalle infinite frecce del Sole
oltre il lacero scudo del cielo.
E io corro via,
fibra sconvolta e protesa
nella nuova afa
scaturita dall’alito dei draghi del sud
risalenti
progredendo verso di noi
e verso i biondi vichinghi dagli elmi lucenti.
Cammelli lenti e gobbuti
attraversano il Mediterraneo ribollente
e leoni e zebre e zebù
e tu e io,
avvinghiati, corriamo via,
più su,
dal sud che sale fuggendo
verso il ghiaccio polare
che sgela e inonda
le nostre spiagge
sotto le dimore imponenti
delle lucertole in doppiopetto
al sole rotolantisi
al sole del nostro
del nostro crepuscolo fulgente.
E tu no, non seppellire nell’oblio sabbioso
la mia memoria del tempo,
le mie fresche illusioni
scorticate dai morsi dell’estate,
or che fuggiamo
dall’orto senza finestre
dove le avevo piantate!
I cammelli
lenti e gobbuti
già vedo sputare zanzare
nei nuovi pantani dai rospi colossali
con le bocche disgustosamente di futuro ricolme.
E il sole rotola ardendo
in questo nostro tramonto
che ci vede guaire come cani feriti
contro il guardrail,
sospesi su autostrade incamminabili
tagliate dalla corsa feroce
di aerodinamiche lucertole,
falcidiatrici spiaccicanti
di ali leggere di farfalla.
Roma, 31/07/1983-31/10/1983
Tratto da “Il Terzultimo pianeta” (Lulu, 2013) di Carlo Menzinger di Preussenthal


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