In attesa di giudizio

L’imputato, colpevole o innocente, aspetta… a volte mesi a volte anni, nella sua cella o agli arresti domiciliari.
Ecco la cella nella quale aspetto: quattro pareti conosciute palmo a palmo, la mia stanza. Ecco la feritoia dalla quale urlo, in silenzio: un tastiera.
Ora, inaspettatamente, mi hanno chiamato.
Vuota l’Aula, entro nel silenzio assoluto e sullo scanno più alto non siede un giudice, ma Lui: il Giudice Supremo, il Potere Assoluto, il Creatore e Distruttore, il Bene e il Male.
«Dio» che mi guarda con una espressione sorniona e acida, invitandomi a parlare con un cenno del capo, con un sorriso sbieco.
«Confesso… Vostro Onore: la mia colpa è che ho vissuto».
Eccolo il mio dio, invisibile come l’intero universo o come una particella infinitesima.
Un dio beffardo ed empio.
Luminoso come il cielo, i boschi, il mare e, allo stesso tempo… buio.
Buio come la notte senza luna, come l’abisso che ci attende. Come il nulla.
Chino il capo, aspetto la sentenza.
di Massimo Maniezzi

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