WEN -ESTASI – Filippo e Santa Caterina- Terza Agnoletti

Agostino Carracci, Estasi di santa Caterina da Siena, Galleria Borghese, Roma.

Capì che aveva perso i contatti con la realtà quando la voce di Filippo lo fece sobbalzare. Quell’antipatico aveva gridato:

“Santa Caterina da Siena!”

Dal momento che l’amico non brillava per pietà religiosa, gli domandò:

“È un’invocazione?!”

“Non sono mica diventato scemo come te! Tu hai avuto un’estasi come S. Caterina.”

Rimase senza parole e quel bello spirito continuò:

“Assomigliavi alla santa di quel dipinto del Carracci che si trova nella Galleria Borghese, Hai presente? Caterina è a occhi chiusi e vicino c’è un angelo. Purtroppo vicino a te ci sono soltanto io, testimone della tua visione celestiale.”

Rideva lo scemotto! Perché non continuasse a prenderlo in giro, gli disse:
“Andiamo al bar. Ho bisogno di un caffè.”

Intanto ripensava alla visione celestiale, alla sua, non a quella della santa.

Avevano incrociato un gruppetto di ragazze. In mezzo c’era lei, quella che soltanto con un sorriso gli toglieva le forze, gli faceva perdere la cognizione del tempo, la percezione del luogo in cui si trovava. Aveva forse ragione Filippo? Quando la vedeva andava in estasi?

Gli tornò in mente la prima volta in cui aveva provato le medesime sensazioni. Era ancora ragazzo, quindici o sedici anni. Avevano cambiato città. Abitavano in un palazzo di recente costruzione, all’estrema periferia, affacciato sulla pianura: prati, campi, il fiume con gli argini alberati e come sipario sul fondo una catena di colline.

Una mattina si era alzato presto, aveva aperto una finestra che guardava a est. Le colline erano azzurre, di quella tonalità che viene definita celeste montano e appartiene ai manti delle Madonne rinascimentali. Il cielo sopra la linea ondulata dell’orizzonte era chiaro, lievemente dorato. Sembrava che la luce da dietro ai monti premesse con forza per avanzare e illuminare tutta la volta. Quella luce dorata fresca e pura era penetrata anche dentro di lui e l’aveva fatto uscire da se stesso: un’esperienza per la quale non trovava le parole adatte, che era durata fino a quando il disco del sole era uscito trionfante e aveva acceso i colori del paesaggio. La luce intensa l’aveva fatto rientrare in sé.

Non aveva mai raccontato a nessuno quell’esperienza. All’alba non si era mai rinnovata, Qualcosa di simile aveva provato a volte, a certi concerti di musica classica. E ora lo sguardo e il sorriso di quella ragazza che conosceva appena, di cui non ricordava neppure il nome… Aveva ragione Filippo? L’amico che si faceva beffe di lui? Che in quel momento gli stava dicendo:

“Domenica i Rossi invitano tanta gente a vedere la nuova casa, offrono una merenda in quello che chiamano giardino, che è un po’ di tutto: orto parco, pomario… C’è una  confusione incredibile di piante, però è grande. Posso portare un amico. Passo a prenderti. Vieni, così ti rilassi nel verde.”

Il pomeriggio della domenica si trovò nel famoso giardino, che non era luogo di confusione, anche se la lattuga cresceva in file ordinate accanto alle rose e gli alberi erano per lo più meli, peri, albicocchi e ciliegi.

I padroni di casa avevano apparecchiato un lungo tavolo in una radura, ma ancora non avevano radunato gli ospiti, che passeggiavano qua e là in quel verde paradiso.

Si trovò da solo in un folto di alberi e a un tratto la vide, proprio lei, seduta su una panchina dietro un grosso cespuglio di ortensie. Disse qualcosa, lei rispose qualcosa, ma non avrebbe saputo ripetere le parole che si erano scambiati. Sapeva soltanto che l’ultima risposta a una sua domanda era stata un sì e si era seduto accanto a lei, mani nelle mani.

Ecco, passa l’amico, lo scemo, che esclama:
“Santa Caterina ha trovato l’angelo!”

La ragazza s’irrigidì e domandò:
“Che vuol dire?”

“Oh, – ebbe la forza di rispondere – niente di speciale! Ha una fissazione per un quadro che raffigura la santa in estasi.”

Filippo tornò indietro:
“Fanciulla, presentalo ai tuoi genitori! Lui, quando si emoziona, è così imbranato che non riesce a fare nulla di pratico!” e corse via.

Capì solo allora che l’aveva portato a quel piccolo ricevimento affinché avvicinasse l’oggetto dei suoi sogni. Doveva ringraziare Filippo o S. Caterina? Nessuno dei due. Meglio fingere di non aver capito.

di Terza Agnoletti

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