Giovanni giunge all’ultimo punto. “No, è tutto com’era nella mia testa! Non c’è più nulla da aggiustare né correggere. Perfetto!”; toglie le mani dalla tastiera del computer e ancora una volta guarda quelle lettere nere su quel campo bianco. “Anch’io so ricreare le mie fantasie il mio mondo interiore… sono capace di farlo davvero…ho quel fuoco dentro… come lui!” e sposta l’occhio sul poster affisso alla parete con Moby Dick, che minacciosa si eleva tra fiotti di sangue corruschi e flutti spumosi convulsi.
Di far leggere il suo scritto alla sua ragazza neanche a pensarci, subito lo rimprovererebbe di non aver pensato a lei e dato vita, invece, a visioni strampalate a una storia assurda… una poesia d’amore vuoi mettere!… Il mio regno per una poesia d’amore o sarà la mia Bosworth Field[1] con la mia bella!
Giovanni torna a guardare quelle lettere nere su quel campo bianco e felice è l’aquila che svetta sulle cime, la goccia di sangue il neurone pulsante nel corpo, balena bianca inabissata nell’oceano oscuro, crotalo strisciante nel pertugio roccioso giù, giù nelle radici del monte, cometa frusciante nel cupo inane ingentilito di stelle.
Ancora rilegge con attenzione e calma il suo scritto temendo che l’eccitazione del momento lo inganni, falsi le sue capacità critiche e gli faccia scambiare per grano l’improduttivo loglio. “No, è tutto com’era nella mia testa! Non c’è più nulla da aggiustare né correggere. È valsa la fatica di mesi e mesi chino su me stesso sul mondo e sul computer, di anni a leggere rileggere studiare i grandi del passato e del presente. Perfetto!”.
Quell’idea che scattata nella mente ha acceso il fuoco la voglia di scrivere, sottraendo tempo all’amore agli amici allo studio a tutto il resto, e l’ha isolato nel castello incantato nel carcere di se stesso nella stanza delle torture e delle beatitudini, quell’idea ora è lì nero su bianco sul computer in quel foglio immateriale, ma di cui niente è più vero, più suo.
“Che cretino che sono – si schernisce – cosa direbbero i miei amici mio padre al vedermi gasato così?! Ecco il novello Melville… Giovanni Boccaccio o Verga, ma vai a soffiarti il naso, Giovannino, moccioso che non sei altro! Meglio tener tutto per me per ora, ma rinunciare… mai! Troppo importante troppo vero. Come un sarto ho scelto la mia stoffa, con gessetto e mano ferma esperta vi ho tracciato la forma dell’abito (non con un cartamodello come vedo fare alla mamma!) pezzo per pezzo l’ho tagliato con cesoie affilate imbastito cucito e rifinito come piaceva a me…adesso il vestito è pronto senza difetti né pecche…e mi sta a pennello!”
Giovanni ancora rilegge il suo scritto specchio che lo riflette e lo fa riflettere: “No, è tutto com’era nella mia testa! Non c’è più nulla da aggiustare né correggere. Perfetto!”.
Abbassa il coperchio del computer e la mela, prima lucente, si spegne gelosa custode del suo prezioso seme. “Qui dentro, fuori di me c’è una parte dell’animo mio… la migliore… ékstasis da ???????? eksíst?mi ‘sono fuori di me’” felice sorride.
Estasiato!

[1] Bosworth Field: sul filo della pseudo-citazione shakespeariana “Il mio regno per un cavallo!” pronunciata da re Riccardo III dopo la disfatta a Bosworth Field.

Rispondi