Viveva nella rocca il Marchese
a Castiglion Falletto. Abitava
d’Incisa il Marchese tra le viti
di nebbia dolci e sì odorose
e spesso nei campi da sol andava
pensando nel rimirar i suoi siti.
Un dì tra l’erba e l’oscur cespuglio,
nel soffiar lieve del grecal d’autunno,
nei pressi delle vigne di nebbiolo
andava e stava lì con cipiglio
il Marchese a studiar il frutto d’anno
quando udì d’ali il veloce volo.
Girò il giovan volto a quel suono
ma nulla vide l’occhio suo marrone
se non cespugli, fronde e aer vuota.
Preso allor tranquillo il cammino,
in breve gli parve che un biscione
sfuggisse via nella fangosa mota.
Da poco della terra era duce,
essendo il padre morto in battaglia,
ma non per questo orbo di coraggio

era il giovane. Assunse truce
aria però per quel stran parapiglia,
che al suo cuor facea così oltraggio.
Pareano quei moti innaturali
essere, pur essen così comuni.
Giunto che fu all’acque del ruscello
si chinò e con le mani due boccali
raccolse e ne bevve ginocchioni
ma l’acqua tosto fece mulinello.
Con inatteso guizzo l’acqua esplose
in improvvisa fontan d’alti schizzi.
Saltò indietro il Marché d’Incisa,
tanto lui di tal scherzo si sorprese,
con i vestiti pregni degli spruzzi.
Ma non dovea finir lì la sorpresa.
Stupendo volto di fanciulla scorse
poi in quell’acqua ritornata quieta
e non sapeva se fuggir o darle
magari un saluto. Dunque porse,
assai incerto, alla pel di seta
il suo sorriso. Lei gli rese perle.
Perle i suoi denti, bocciol di rosa
le sue carnose labbra infuocate.
Sorse allora tutta da quel corso
nuda e magica, così radiosa
che superava in beltà le fate:
voluttà in lui vinse il rimorso.
Scosse allor i lunghi bei capelli
nello scrollarsi l’acqua via di dosso
ed il Marchese ne restò bagnato
nel corpo e fece pensieri folli
che tutto lo lasciaron dentro scosso
tanto quel corpo parea agognato.
Ella uscì allor dal rio Garzello
qual statua greca di perfetta ninfa
e s’accostò al Signor del Barolo
con la certezza di chi si sa bello
e dalle labbra donò la sua linfa
a quelle di lui… che partì in volo.
Gli occhi di fiume suoi ella pose
dentro gli occhi del Signor di terra
ed egli il corpo suo sì robusto
tra le di lei braccia così setose
infisse e fecero poi Gomorra
e del piacer osaron ogni gusto.
Quando l’union dei corpi fu ben piena,
la donna si mutò in vecchia cupa,
la pelle pura fu corteccia dura,
il bel sorriso smorfia fu oscena
e l’amor fu ferocia poi di lupa
e il Marchese prese pure paura.
“Chi sei?” allor le chiese il ragazzo.
“Non vedi che son una masca?” disse
“Son del nebbiolo strega e disdetta
per te sarò ma qui non cess’il lazzo.
Un figlio tuo avrò e tu percosse
e morte da lui avrai maledetta”.
“Rogo t’attende, strega, nulla d’altro.
Mio figlio non terrai né or né giammai”.
“Prova allor a bruciar l’acqua, se puoi”
rispose la masca e con far scaltro
in rivo si mutò dicen “non m’avrai”
…e il marchese ripiegò ai frantoi.
A lungo egli ripensò la masca.
A lungo il sonno suo fu inquieto.
Passaron vent’anni così per tutti.
Sei figli ebbe il Marché Alberto
Tre li portò via morte, come suole.
Due eran donne quasi. Il maggiore
era un uomo già, di vin esperto.
Assai amava egli la sua prole,
fonte di gioia ma pur di dolore.
In un mattino di nebbios’autunno
il figlio del Marchese al rio scese
e volto di donna nell’acqua vide,
liquida forma nata dall’inganno,
per il destino del patern Marchese
ma sparì quando mosse il suo piede.
Udì appresso un frusciar nell’erba
e pensò a moto di serpe lesta.
Inquieto, fece di tornar ai tini
a rimirar, nel fragror della torba,
tra gli effluvi dolci d’uva pesta,
la superficie di quei rossi vini.
Ecco allor che ancor gli apparve
fatato quel volto che vide nel rio
però non chiaro d’acque ma ben rosso.
Ed or la faccia ancor non scomparve
ma donna da confonder l’uomo più pio
emerse e tutta gli fu addosso.
Ella apparve nuda fin in vita,
immersa nel buon vino saporoso.
Il figlio del Marchese fu attratto
da quella donna di beltà fiorita
dentro al tin in ampless’amoroso,
finché la morte lui non ebbe sfatto.
Un bimbo, dietro d’un tin il riparo,
vide il figlio del Marchese morto
e quella masca sparir nel nebbiolo.
Chiamaron il Marchese all’amaro
spettacol ed egli quando l’ebbe scorto
moltissim pianse per quel suo figliolo.
Non più pensava ormai alla masca
il padre orbo del figliol amato
ma a briganti o vendette strane
o ladri che vivevan nella frasca,
quand’arrivò a Castiglion armato
un cavalier da terre ben lontane.
Come lo vide il marchese certo
pensò il figlio di veder fantasma,
vide però che era uomo vero.
“Chi siete con la faccia di un morto?”
“Son vostro figlio, della stessa risma,
non quello morto ma io son Ruggero”.
“Figli non ebbi mai con questo nome…”
Si ricordò però in quel momento
di quella masca con la sua minaccia.
Il cavalier la spada sulle chiome
alta levò. Il corpo suo dal mento
con la sua lama staccò e le braccia.
Con magia la strega Ruggero pose
al posto del figlio a governare
e il Marchese pensarono tutti
che nel tin certo qualcun lo uccise,
mentre il corpo vero già scompare
per l’arte della strega tra i flutti.
A tutti diede da ber il nebbiolo,
da quella masca nera incantato,
Ruggero, or Marchese con l’inganno,
e con quel vin stregato del Barolo
nessun capì che uno fu scambiato
col fratellastro più gran già d’un anno.
Sol se n’avvide il bimbo spaventato
che il delitto avea osservato
nascosto dietro profumato tino.
Finché un dì anch’egli dissetato
fu da quel vino tanto prelibato
e cessò d’essere così bambino.
Ora la realtà lieto solo confonde
quando in man regge il suo bicchiere
e più non crede alle fate care
e pensa d’esser ormai troppo grande
per creder che le masche siano vere
o che le ninfe nascan dal gran mare.
Firenze, 23/05/2007

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