WEN – FRATELLI – Elia e i suoi fratelli – Massimo Acciai Baggiani e Renato Campinoti

L’anno in cui da figlio unico mi ritrovai con otto tra fratelli e sorelle, i mondiali di calcio si disputarono in Italia e io ero ancora minorenne. Avevo ben altro per la testa che seguire le partite degli Azzurri; avevo da poco perso i miei genitori, scomparsi entrambi in circostanze mai chiarite, e di colpo mi ero ritrovato catapultato in un’altra casa, a Paesello Sperduto, nel cuore del Mugello. Il passaggio dalla città alla campagna fu traumatico, come puoi immaginare, caro lettore, ma mai quanto dover dividere la camera da letto con così tante persone di età disparata, nella mia età disperata…

Ma non mi sono ancora presentato e già sparo giudizi sulla mia nuova famiglia, a cui dovrei fare un monumento di gratitudine. Mi chiamo Elia, piacere, figlio degli anni Settanta («L’anno il ’73…» come cantavano i Pooh, e precisamente Giugno ‘73, come cantava Faber – ricordate? «Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati»), nato da una coppia di figli dei fiori precocemente imborghesiti, senza ambizioni. Ho trascorso infanzia e adolescenza a Firenze, ma non vi spaventate: di quegli anni non ho intenzione di parlare, sono stati banali e simili a tante altre vite di miei coetanei dell’ultimo quarto di secolo, solo che io ero un tipo piuttosto solitario e le «immense compagnie» (per tornare a un’altra citazione musicale, indovinate quale) non le ho mai viste. Ero solo, con pochi amici e senza ragazza. Ero timido al punto che non osavo neanche parlarci, con le ragazze, tanto meno a quella che mi piaceva e che pertanto non ha mai saputo nulla finché non la ritrovai, molti anni dopo, su Facebook e glielo dissi un po’ per celia e un po’ per vedere come reagiva.

Niente, volevo parlarvi dei fatti di quel momento storico in cui andai a vivere con i miei cugini-fratelli, l’anno prima di quella faccenda pazzesca del viaggio in Romania[1]. Non sarà forse emozionante per il lettore come quell’avventura estera ma per me è stato un anno eccezionale, di grandi gioie e di grandi dolori.

Insomma, vivevo la mia tranquilla vita di adolescente dell’ultima decade di millennio, quando, una sera buia e tempestosa, i miei non tornarono a casa. Le ricerche della polizia sono andate avanti un bel po’, nel frattempo sono andato a vivere con gli zii e i loro otto figli. Una famiglia d’altri tempi, come suggerisce il numero della prole, che viveva anche come in altri tempi, senza riscaldamento – ma non immaginatevi l’allegro focolare delle illustrazioni, con i bimbi attorno e il nonno che racconta favole – senza Internet ovviamente e senza campo per i cellulari – tutte cose che non esistevano ancora nel 1990, o comunque erano poco diffuse.

Mio zio Gionni (proprio così, l’italianizzazione dell’anglosassone Johnny… il perché è un’altra storia che racconterò altrove), fratello di mia madre, mi accolse nel suo casolare a Paesello Sperduto (il vero nome del borgo non è importante) e mi trattò come il nono figlio.

Era da poco iniziato il nuovo anno scolastico. Io sinceramente allora mi vergognavo un po’ di questa nuova famiglia acquisita, dove si facevano figli come conigli, così ai miei nuovi compagni di classe dissi che vivevo con mia madre e che avevo tre fratelli maggiori, non so bene neanch’io perché mi inventai questa frottola, ma le bugie una volta uscite di bocca ti costringono a inventare tante altre storie per mantenere la finzione e si entra in un circolo vizioso in cui non saresti mai voluto entrare.

Ma andiamo con ordine. Il podere dove mi ero trasferito era grande, ma le camere da letto non erano tante quanti gli occupanti. Io avrei dovuto dormire con cinque miei cugini, mentre le cugine occupavano già la seconda camera. La terza era riservata allo zio Gionni e alla zia Meri (altro nome inglese italianizzato nella grafia, e altra storia che vi racconterò un’altra volta). C’era perfino una camera degli ospiti: una sorta di sgabuzzino polveroso dove non entrava nessuno dai tempi del referendum sul divorzio.

«Sono tuoi cugini» mi disse lo zio sul punto di commuoversi «ma considerali tuoi fratelli» e andò a presentarmeli, in ordine cronologico di nascita. Erano presenti tutti nell’aia davanti all’ingresso del podere, in fila come soldatini. Via via che veniva interpellato, ciascuno faceva un passo avanti e mi stringeva la mano, a parte l’ultimo che stava in braccio alla zia. Io li incontravo tutti per la prima volta, non essendoci stata mai occasione di incontrare la prole degli zii prima di quei tragici eventi.

Iniziò con le gemelle Elisabetta e Franca, ventunenni, su cui non c’è molto da dire a parte il fatto che non avevo mai visto due gemelle e che già prevedevo gli scherzi che mi avrebbero fatto, giocando sulla loro somiglianza genetica.

C’era poi Marco, vent’anni: un tipo alto e magro, già con la patente e proprietario di una Uno bianca, lavorava, come tutti, nell’impresa agricola di famiglia. Un tipo sveglio, simpatico, amante della birra e delle bibite gassate.

L’unico mio coetaneo era Fabio, detto Jim (per una certa somiglianza col giovane Jim Morrison, e perché scriveva versi che teneva nel portafoglio). Con lui non legai molto, almeno all’inizio.

C’erano infine i miei fratelli e sorelle minori: Graziano (quindici anni), Folco (tredici), Patrizia, detta Patti (nove anni) e infine l’ultimo arrivato, il piccolo Damoru, nato all’inizio dell’anno, che doveva il suo nome ad una lettura di mia zia di un autore indiano del secolo precedente. Contadini sì, ma sofisticati lettori.

Questo era il microcosmo in cui mi apprestavo, volente o nolente, ad entrare.

Riguardandola con gli occhi di oggi, a tanti anni di distanza, l’esperienza di trovarmi all’improvviso catapultato in quel vero e proprio raggruppamento di fratelli e sorelle (acquistate!) fu davvero sconvolgente e, al tempo stesso, rigeneratrice del mio modo di guardare il mondo. Non so se nel bene o nel male (giudicherai tu stesso, mio lettore), né so se sia «stato meglio…non esserci mai incontrati».

Ma andiamo con ordine.

Vi ho detto che i miei erano contadini, ma con la passione della lettura. E non solo di quella, per la verità. Insomma, mio zio Gionni (che voglia che mi prende di raccontarvi la storia di questo nome!) aveva la passione dei libri strani e, soprattutto, di quelli gotici. Insomma si era fissato col libro di Stoker su Dracula e decise che bisognava andare in Transilvania, Romania, a visitare i luoghi dove il vampiro, ispirato alla figura del principe di Valacchia Vlad III, è al centro del racconto epistolare. Ho detto viaggio pazzesco intanto perché ci volle del bello e del buono per mettere tutti d’accordo per fare di quella meta la vacanza condivisa dalla truppa. E poi perché, affittato il pulmino necessario per imbarcare la truppa (compreso il piccolo Damoru che nel frattempo aveva raggiunto i 20 mesi!), si pose il problema di come far trascorrere il tempo a quella marmaglia, continuamente desiderosa di fare una fermata per il bisogno corporale di qualcuno o per la fame o la sete di qualcun altro. Insomma, ci vollero due giorni, compresa la sosta nel motel, per arrivare alla meta. Non vi dico l’incanto di zio Gionni di fronte al castello di Bran, quello del vampiro, alle rimembranze delle sue avventure, lette e rilette dallo zio, che finirono per mettere una fifa fottuta addosso soprattutto ai ragazzini: insomma Graziano, Folco, Patti (e anche un po’ io e Fabio) misero la condizione di dividere le camere con i genitori se non volevano che trascorressimo la notte in piedi!

Sui giorni che passammo a visitare quella regione, per la verità molto più ricca di attrazioni turistiche di quelle che mi potevo immaginare, come la città di Brasov e i suoi edifici barocchi colorati, ci sarebbero da dire un sacco di cose. Ma la vera avventura avvenne quando, ormai sulla strada del ritorno, il pulmino decise di bloccarsi e di non volerne più sapere di ripartire. Il bello è che ci trovavamo sulla via del ritorno, ma sempre in Romania, in una strada ancora secondaria e iniziava a far buio! Passammo quasi due ore senza vedere anima viva in giro. I ragazzini, me compreso, ancora suggestionati dalle storie del vampiro, andarono letteralmente in paranoia. CI volle davvero tutta l’esperienza dei miei zii per impedire che la vicenda si trasformasse in una mezza tragedia. Quando, infine, trovato il piccolo guasto, il mezzo si rimise in moto e potemmo imboccare le strade principali, filammo diritti fino al confine italiano con la netta sensazione, io e i miei nuovi fratellini e sorelline, di essere inseguiti dal fantasma del vampiro!

Erano passati un paio d’anni quando, parlando col mio nuovo fratello Marco, sempre presente nei paraggi di casa, occupandosi della vendita dei prodotti della ricca azienda agricola familiare, decidemmo che non potevamo lasciare impunita la morte dei mei genitori e che, con l’avvento di internet, potevamo iniziare a fare qualche ricerca più approfondita di quella che ci raccontavano le forze dell’ordine. Scoprimmo così alcune cose sui miei genitori che non conoscevo. Per esempio che avevano fatto parte di gruppi rivoluzionari di cui avevo sentito parlare in televisione ma dei quali non conoscevo, allora, finalità e metodi di lotta.

Poi c’erano le gemelle, due ragazze ormai quando le conobbi io, che sembrava si divertissero a farsi scambiare l’una con l’altra, tanto erano somiglianti. E questo gioco lo facevano specialmente con me che, da buon ultimo arrivato, riuscivo peggio degli altri a distinguerle. Vispe e desiderose di essere ammirate come erano, si divertivano con me a provocarmi, facendo leva sulla mia timidezza e sulla loro completa disinibizione. Insomma, per non farla troppo lunga, mentre impazzivano serate di concerti e nottate di discoteche cui volevano associarmi, tanto fecero che una di loro, (così mi parve, ma potevano essere anche tutte e due!), finì per farmi fumare erba e portarmi a letto a «iniziarmi alle gioie del sesso», come mi strillo’ in faccia prima di insegnarmi tutto quello che c’era da sapere in materia. La cosa di per sé mi sconvolse un po’, ma in fondo prima o poi doveva succedere anche a me. Quello che non avevo calcolato fu il fatto che, dopo un paio di mesi, Elisabetta buttò lì che era incinta e che, forse, era colpa del sottoscritto. I genitori, naturalmente, non la presero molto bene. Si parlò perfino di procedere con l’esame del DNA per capire di chi fosse realmente il nascituro. Io credo di aver vissuto le peggiori settimane della mia vita. Poi, come era arrivata, la notizia scomparve. Insomma, Elisabetta ci comunicò che ci aveva pensato lei a risolvere alla radice il problema. Per comunicarci, dopo un paio di settimane, di essersi fidanzata con il figlio del dottore del Paesello Sperduto col quale, di lì ad un paio d’anni, sarebbe convolata a nozze. Valle a capire le donne!

Intanto anche Marco trovò una fidanzata, anche lei appassionata della rete, con la quale si mise ad approfondire la storia dei miei genitori, «fino a risolvere il caso», come si esprimevano lei e Marco. E la cosa più incredibile è che ci riuscirono davvero a capire cosa poteva essere successo ai miei. Una cosa che io nell’immediato non sono stato in grado (o forse non ho voluto) di capire fino in fondo. Mi parlarono di questi gruppi, della lotta armata, di cose di questo genere, fino al punto che in realtà i miei, a sentire loro due, non sarebbero neppure morti, ma piuttosto scomparsi in qualche lontano Paese del sud del mondo per sfuggire alla giustizia italiana. E’ questo un capitolo che ho potuto risolvere solo da poco quando, superando timori e reticenze, ormai maggiorenne, mi sono recato di persona dalle autorità a farmi raccontare la storia della mia famiglia!

Non vorrei che pensaste che sono stato male con i miei zii, i miei nuovi genitori e nuovi fratelli e sorelle. Al contrario, ho scoperto con loro sentimenti e esperienze familiari che sicuramente non avrei conosciuto in un’altra vita, magari da figlio unico. Solo per parlare di alcuni di loro, basterà dire che Folco, uno dei più piccoli quando l’ho conosciuto, dimostrerà crescendo doti insospettabili. Insomma oggi insegna matematica all’Università e non fanno che uscire sue pubblicazioni che perfino i più bravi nel suo ramo corrono a comprare per l’originalità delle osservazioni e delle nuove conoscenze. Di Marco e delle sue doti (e di quelle di Marta, sua moglie da tempo) ho già parlato. Ma se oggi volete comprare prodotti originali della campagna toscana, a cominciare dal territorio di Paesello Sperduto, dovrete entrare in uno dei numerosi negozi sparsi nella città di Firenze e del territorio toscano, andando così ad arricchire un’azienda già diventata tra le maggiori e più redditizie del territorio. C’è poi uno scrittore, che si chiama come me, che sta scrivendo romanzi che sicuramente non gli sarebbero passati per la testa senza i continui stimoli che una famiglia come questa gli ha procurato. Basti per tutto l’esempio di quei nomi dello zio e della zia.

Era l’immediato dopoguerra quando nacque mio zio, era passato il fronte da poco e sua madre, vedova da tempo, incontrò l’amore della sua vita in un soldato americano venuto fin lassù a liberare la gente dai nazisti e dai fascisti. Naturalmente, passato il fronte, il soldato giurò che sarebbe tornato per sposarla e portarla con sé. Quel soldato si chiamava Johnny e non tornò mai a Paesello Sperduto, neppure per il battesimo di quel figlio che la madre volle chiamare con un nome italiano che ricordasse quello del vero padre. Così tutti, in paese, finirono per chiamarlo “l’americano”, senza nessun intento polemico, ma per ricordarsi di quella vicenda così grande e terribile che era stato il passaggio di quell’esercito venuto da così lontano per aiutarci a fare dell’Italia una democrazia.

Di mia zia Meri si seppe che i familiari volevano per lei un nome fuori dell’ordinario, un po’ all’inglese insomma (la mamma era insegnante di lingue alla scuola media del paesello vicino alla loro residenza) e così è venuta fuori Meri. Potrei raccontarvi la storia di ciascuno di loro, delle loro vite, da Fabio alla gemella Franca, a Graziano a Patti, fino al più piccolo Damoru (che si è portato addosso tutta la vita questo strambo nome senza fare una piega!), ma voglio terminare con una semplice e per me importantissima testimonianza. Non sono mancati, né per loro né per me, gioie e dolori, cadute e rinascite, ma niente e nessuno mi toglierà la gioia di sentirmi cercare sui telefonini più moderni, da uno stuolo di nipoti e nipotine che mi chiamano zio e mi fanno sentire al centro delle loro passioni e dei loro problemi. Io, così, ho deciso da tempo che questa è la mia vera famiglia e non mi sono mai messo in cerca di niente e di nessuno. Quello che desideravo davvero era sempre lì, a portata di telefono mio o di mia moglie Maria che, sfornando figli a volontà, ha fatto diventare la nostra famiglia un nucleo familiare di sei persone. Così ho imparato a scrivere racconti e altre storie anche tenendo sulle ginocchia qualche moccioso!


[1] Vedi I Già Dimenticati, Perché non siamo fatti per vivere in eterno?, Firenze, Porto Seguro, 2019.

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