WEN -GOLA – La gola – Giovanna Ristori

Il peccato di gola è un vizio che – più della lussuria – rappresenta l’appagamento del piacere immediato portato all’estrema stortura. È un vizio da non sottovalutare, affascinante nelle sue mille sfumature ma con una connotazione sempre negativa, quasi fosse la patologia del piacere, e ne rappresenta la sua deriva. È la degenerazione che segue il bisogno di assunzione per via orale, nello specifico, mangiare bere e fumare. È un vizio che parte da un bisogno primario, consiste nel soddisfare il corpo nel modo più sano e più vario ma come tutti i vizi scade o si tramuta, trascende l’originario, per trasformarsi in ciò che se all’inizio può sembrare un piacere amplificato, dopo non molto si scopre essere qualcosa di molto più complicato.

Nei casi più gravi diventa un problema, che da momento di convivio e divertimento si trasforma in un privato e maledetto anatema. Il piacere della gola diventa vizio quando trascende nello smodato atto di assunzione di generi che danno assuefazione e oltre alla dipendenza si innesta un sentimento di vergogna in tutto quello che idealmente si realizza con l’appetenza, che sia cibo, fumo o bevanda.

Ma non è tanto un problema di soddisfazione del bisogno immediato quanto, invece, espressione di necessità recondita, latente e spesso inespressa, volta a colmare un vuoto profondo, contrappasso feroce secondo il quale, apparentemente, più si assume e meno il vuoto dentro prende voce.

È l’espressione di un disagio esistenziale che non si ferma al buon mangiare, è un piacere che portato all’estremo diventa il vizio che davvero può far male, è un vizio incessante che oscura fino a riempirsi la gola e dimenticarsi un corpo che ci riflette e non ci amora, un’assunzione procrastinata fino a che sia raggiunta una meta inesistente ma idealizzata.

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Il piacere della gola se portato a vizio estremo è un tormento perché del cibo non se ne può fare a meno, è l’emblema di tutte le dipendenze poiché la perdita di controllo o anche solo la difficoltà nel darsi in regola l’accollo può rappresentare quel punto di non ritorno che mai fa tornare uguale. 

È il più subdolo fra tutti perché sembra un vizio gioviale, quando invece è un tarlo che entra dentro non lascia scampo, lascia il segno e ci ricorda il profondo disagio che portiamo dentro.

di Giovanna Ristori

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