WEN – GUERRA – La guerra di Maria – Laura Gronchi

Maria lavorava come infermiera al pronto soccorso dell’ospedale Cisanello di Pisa.

Non conosceva la guerra delle armi, ma combatteva ogni giorno le sue battaglie: contro l’irruenza dei “pazienti” nostrani, capaci di sfondare il vetro della sala di attesa, poco dopo l’accettazione, esigendo la medicazione di un taglietto per cui sarebbe bastata l’acqua ossigenata e un cerotto adeguato.

I casi gravi, invece, stavano su delle barelle addossate alle pareti del corridoio: donne, di solito anziane, che gemevano piano, la mano stretta a quella del marito, del figlio o, sempre più spesso, della badante.

I coetanei brontoloni inveivano contro il governo, gli sperperi ed evocavano i “vecchi tempi” in cui schifezze, come rimanere abbandonati per ore, senza assistenza, non succedevano.

Ogni volta che Maria passava di lì, decine di mani la sfioravano.

«Signorina, per la radiografia manca molto?»

«È arrivato l’ortopedico?»

«Quando saliamo in reparto?»

Fiati all’aroma d’aglio, corpi dal sentore di caciotta, si mischiavano al puzzo di disinfettante.

Col sorriso stampato in faccia, dava rassicurazioni o tentava di smuovere situazioni stagnanti, bilanciando le risorse disponibili con i bisogni crescenti.

Era contro la pitocchieria la sua seconda guerra.

Poi c’erano gli stranieri: indiani, pakistani, africani, cinesi…

Non parlavano italiano, masticavano un inglese o un francese stentati, era un dramma capirli, senza contare gli svitati da abusi alcolici o chimici, che invece di finire in paradiso, si erano trovati il cervello fuso.

Tra gli immigrati apparve, un giorno, un bimbo di circa sei anni.

In piedi, accanto alla mamma, le tormentava con la mano il pastrano che la copriva del tutto.

Il braccio destro era bendato con delle strisce di stoffa intrise di sangue, però non si lagnava.

Entrambi avevano occhi neri, lucidi, l’espressione fissa, di chi non si aspetta più niente.

Questi due, la guerra, l’hanno vista da vicino.

Maria si sentì pizzicare il cuore, avrebbe voluto alleviare quel dolore.

«Ehi, piccolo! Che hai fatto?»

Lo raggiunse chinandosi alla sua altezza.

Fu la madre a farsi avanti.

Mitragliò parole ansiose in una lingua sconosciuta, gesticolando.

«Calma! Calma!» Maria mise i palmi avanti e sorrise a entrambi.

Devono essere arrivati da poco in Italia.

L’altra si azzittì, anche se gli occhi rimasero attenti e la fronte aggrottata.

«Vieni.»

Allungò la mano verso il piccolo.

La donna diede una spintarella al figlio.

«Come ti chiami?» chiese lei in inglese, stringendo le dita sottili.

«Amir.»

«Bene, Amir, adesso sistemiamo quel braccio.»

Lo guidò verso una sala libera.

«Se farai il bravo, dopo ti mostrerò la stanza dei giochi.»

Gli occhi di lui divennero enormi per qualche secondo, ritornando subito indifferenti.

Lei tolse la fasciatura e applicò i punti.

Amir sopportò la medicazione stringendo i denti e smorzando il respiro nei momenti cruciali.

«Abbiamo finito, ti riporto dalla mamma.»

Non le sfuggì l’espressione ansiosa e un poco delusa, mentre lo accompagnava in corridoio.

«Venite.» Fece cenno a entrambi di seguirla.

Amir, che aveva iniziato a guardare per terra, si rianimò. Tirò la mamma per il vestito. Lei fece resistenza, protestò, poi il sorriso del bimbo le sciolse il cipiglio e si rassegnò.

La sala giochi non era granché: uno scivolo giallo di plastica, una casetta dal tetto rosso, un dondolo e palloni a spicchi rossi e blu di gommapiuma.

Fu però accolta come Gardaland dal bambino, che lanciò un grido e corse spensierato verso i giocattoli.

«Thank you.» La madre le strinse le mani e annuì, poi sedette tranquilla su una panca nelle vicinanze.

Maria rimase qualche attimo a osservare la scena pensando che, in fondo, le battaglie si vincono in tanti modi e forse la gentilezza è quello migliore.

Laura Gronchi

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