WEN – Intelligenza scientifica – Il programmatore principiante – Laura Gronchi

Il dottor Lorenzo Neri correva lungo il corridoio del Pon-Tec.

«Ci siamo riusciti! Ci siamo riusciti!» gridava, mentre le porte dei laboratori gli scorrevano a lato.

“Dr.ssa Amelia Rossi”, lesse sulla targhetta.

Si fermò, poggiò le mani sulle ginocchia per riprendere fiato ed entrò come un fortunale, tanto che l’uscio sbatté contro il muro interno.

Si fermò al centro della stanza, gli occhi ardenti, ripetendo il mantra:

«Ci siamo riusciti!»

La dirigente sussultò e la poltroncina ergonomica, sulla quale era seduta, si allontanò di un palmo dalla scrivania.

«Lorenzo! Vuoi rendere mio figlio orfano? Cos’è successo?»

Lui la raggiunse e la prese per le spalle.

«Succede che “Temi” funziona!»

L’altra lo scrutò con occhio annacquato, come se non capisse. Distolse lo sguardo e lo portò sulle mani abbandonate in grembo.

«Lorenzo calmati. Ne abbiamo discusso altre volte, non puoi fare un’affermazione simile, è prematura.»

Lui conosceva quel tono, glielo aveva sentito usare con il bimbo, quando combinava un guaio.

S’indispettì.

«Il data base è completo e gli algoritmi sono corretti. In sei mesi, “Temi” ha risolto tutti i casi giudiziari proposti e individuato il colpevole.» 

«Con le prove spiattellate, ci riuscirei anch’io» ribatté calma Amelia.

Lui s’infervorò.

«Ti piaccia o no, dobbiamo testarlo nella realtà.»

Alzò il mento e assunse un’espressione irremovibile.

Lei ridacchiò.

«Dai, smettila, quando fai così sembri Mussolini.»

Il ricercatore lasciò cadere le braccia lungo i fianchi.

«Chiamo il commissariato?»

Le iridi di Amelia divennero più scure, s’incatenarono ai suoi occhi e lui si sentì come risucchiato.

Aveva osato troppo?

La donna espirò e si allungò verso il telefono.

«Ci penso io, puoi andare Lorenzo.»

Gli sorrise e lui si sentì come il canarino appena mangiato da Silvestro.

Decise di non darci peso, tornò in ufficio e riprese a controllare il software e i risultati, certo delle proprie conclusioni.

Alcuni giorni dopo, invece, dovette fare i conti con la sua avventatezza.

Lorenzo si trovava al commissariato, davanti all’ispettore Fermi.

Il poliziotto era seduto di spigolo sulla scrivania, dondolava la gamba superiore mentre l’altra aveva il piede puntato a terra, teneva le braccia strette al petto.

Gli parve parecchio seccato.

«Secondo il pacchetto applicativo che ci avete fornito, lei è il prototipo del potenziale terrorista, estremista e assassino.»

Lui deglutì a vuoto, in mente solo un caos di algoritmi che scorrevano come in Matrix.

«I-o?» balbettò, la voce come il ragliare di un asino. «N-on capisco.»

«Farà meglio a chiarirsi le idee in fretta, prima che l’arresti.»

Alla prospettiva, le vene del collo si gonfiarono e il volto divenne di un bel color vinaccia.

Si alzò fremente dalla sedia.

«Arrestarmi? E con quale accusa? Non ho fatto niente! Quel programma è solo un prototipo! Deve essere testato a fondo prima di essere messo in circolazione.»

L’ispettore, per nulla impressionato, si accarezzò il mento fissando un punto imprecisato.

Il silenzio si protrasse per quasi un minuto. Infine, parlò.

«Mi sta dicendo che il sistema, per individuare i delinquenti prima che delinquano, è difettoso, e che, io e la mia squadra, abbiamo rischiato di perdere tempo a indagare su persone innocenti?»

«Ecco, vede, qualcuno doveva pur testarlo…»

«E allora fatelo voi!» tuonò Fermi rizzandosi come una molla dalla scrivania. 

Con pochi gesti staccò i cavi dal portatile e glielo restituì. 

«Trovatevi un altra questura a cui rompere le balle con i vostri “giochini”.»

A capo basso, il computer stretto al petto, Lorenzo ripensò alla propria insistenza, agli ammonimenti di Amelia, al suo sorriso birichino e alla bella lezione che gli aveva impartito, senza perdersi in battibecchi.

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