Mi avete giocato un’imboscata, all’insaputa della memoria
che pace avea trovato in un soleggiato meriggio
Il corpo disteso, languido e vinto, si abbandonava rannicchiato,
poltrendo
Uno schiamazzo, rompeva l’indugio. Anch’io, tra gli altri, scostavo le tende che donano agli occhi ormai paghi del mondo
dolce penombra
Quale sorpresa mi colse nel notare quanta vita ancora, come culla che asilo offre, si snoda, incalzata, al ritmo della corte
Ventidue, ventidue, pareva suggerirmi il brusio alle orecchie.
Numero fortunato per le ruote che tu madre silente spingevi, con premurosa ansia, rimboccando il lenzuolo, alto,
a ristorare le membra del tuo erede infante
La vista vagava, sul cucciolo che il padrone distratto accompagnava alla gita giornaliera, sulle anziane nonne ciarliere che si concedevano una sosta
Ma il cuore sempre lì, stava, trai lazzi dei più giovani, in invidiosa attesa che il loro brio mi sollevasse, pur per un solo momento,
sulle ali leggere della fantasia

di Chiara Sardelli

Rispondi