Paola si affacciò alla porta d’ingresso; in lontananza si sentiva il suono delle sirene.
Era piuttosto agitata perché Carlo non era ancora rincasato. Sicuramente dopo il lavoro era passato da suo cugino Piero, alla stazione di polizia per avere aggiornamenti sulla situazione.
Tamburellava ansiosamente le dita sulla recinzione di legno del portico e continuava a guardare il punto più lontano, là, vicino al vecchio pioppo.
Finalmente vide il fuoristrada di Carlo; un piccolo puntino nero, che, molto velocemente, diventava sempre più grande.
Lo vide percorrere la strada sterrata fino allo spiazzo davanti casa, parcheggiare nella rimessa e scendere in fretta.
Era pallido e lei capì immediatamente che c’era poco da stare allegri.
Lui la aggiornò, confermando i loro dubbi. Suo cugino gli aveva fatto il quadro della situazione, che non appariva per niente buona.
Gli aveva ribadito quello che avevano già sentito nei tg; erano tutti in grave pericolo.
Questa era una delle poche cose assolutamente certe.
Le altre informazioni invece erano frammentarie.
Si sapeva il suo nome, Michael. Si sapeva che aveva iniziato a lasciare la sua scia di terrore, partendo da una cittadina lungo la costa; si presupponeva fosse lì che era nato.
Da lì si era spostato nelle città limitrofe, non rimanendo mai nel medesimo posto per più di qualche ora.
Paola ascoltava suo marito con molta attenzione, mentre lui le riferiva minuziosamente cosa aveva detto suo cugino. Piero gli aveva spiegato che Michael, in preda alla sua crescente rabbia, aveva lasciato dietro di sé un’infinità di vittime. Ma non si conoscevano bene le dinamiche; chiunque si era trovato faccia a faccia con lui non era sopravvissuto per raccontarlo.
La cosa più preoccupante era che le autorità competenti, sebbene avessero tentato più volte, non erano riuscite a prevedere le sue mosse.
Michael non aveva un’unica tipologia di persone da prendere di mira e non aveva né un piano, né un percorso stabilito da seguire. L’unica cosa da fare era chiudersi in casa e sperare che Michael non li trovasse.
Si mossero in fretta; Carlo si occupò di chiudere le finestre, mentre Paola si diresse verso la porta d’ingresso. Prima di chiuderla, guardò di nuovo verso il punto più lontano, là, vicino al vecchio pioppo. E fu allora che vide Michael; un piccolo puntino che molto velocemente diventava sempre
più grande.
Lanciò un urlo e si chiuse la porta alle spalle.
Carlo la trascinò nel sottoscala e lì rimasero immobili, abbracciati stretti, in preda al panico.
Cercavano di rimanere il più possibile in silenzio, per riuscire a sentire anche il più piccolo rumore all’esterno.
Dopo poco capirono che Michael era arrivato nello spiazzo di fronte a casa.
Adesso lo sentivano sbattere forte contro la porta. Anche questa volta aveva trovato qualcuno su cui vomitare tutta l’ira che aveva addosso.
Loro trattennero il respiro e si strinsero ancora più forte, nella speranza che Michael non riuscisse ad entrare.
Poi tutto sembrò calmarsi.

Attesero ancora un po’ e poi uscirono dal sottoscala.
Carlo si diresse verso la porta e l’aprì lentamente.
Rimase sorpreso; anche se non faceva più rumore, Michael era ancora lì. Ma Carlo tirò ugualmente un sospiro di sollievo; adesso tutta l’ira di cui era carico sembrava svanita.
Ora Michael non era più un uragano, ma una semplice tempesta tropicale.
di Silvia Taccagni

Rispondi