WEN – POESIA – Scambio di favori – Angela Sarri

Il libro verde mi ha guardato con insistenza quando all’alba gli sono passata

davanti per andare in terrazza a stendere i panni. Probabilmente attendeva da tempo il momento opportuno per ricordarmi la sua presenza ed esprimere il desiderio di essere letto.

Ho sentito il suo richiamo silenzioso pur non notando niente di strano sullo scaffale d’onore della libreria con le ante a vetro. Se ne stava infatti buono buono vicino ai Canti di Leopardi e alle Piccole Donne, come sempre.

Forse è dotato di magnetismo o di una forza attrattiva di tipo magico, ho pensato.

Mi sono fermata ad osservarlo e non ho potuto fare a meno di riconoscere che ha tutto il diritto di esigere attenzione.

Ha un aspetto solenne, la copertina di morbida pelle e lo stemma dorato della casa editrice sul dorso. Il titolo si vede solo in controluce perché con il tempo il colore grigio scuro si è sbiadito. Resta solo il solco delle parole che lo compongono, inciso nella pelle verde.

Le sue pagine sono più di mille, color paglia e sottili come carta velina. Per sfogliarle bisogna bagnarsi il dito con la saliva.

Per sentirne l’odore basta invece srotolarsele sotto al naso e tenere gli occhi chiusi. Il libro verde profuma di libro non letto.

In più si è intriso dell’odore delle tre case in cui ha abitato. Riconosco un po’ dell’umido della casa ai limiti della campagna, un po’ della fragranza dei mobili nuovi di zecca della mia vita nuova di zecca e l’odore dei panni stirati che lascio vicino alla libreria nell’abitazione di adesso.

La casa e i libri. Parole che potrebbero essere sufficienti a disegnare i miei confini.

“Lo scendere e il salir per le mie scale,

anco sien rudi e molt’ombra le abbui,

piacevol parmi, e non tentar le altrui,

fosser anco di gemma orientale.”[1]

Ho confessato al libro verde che in questi anni mi è mancato il tempo per leggerlo e per fare anche molto altro. Gli ho mostrato, portandolo in giro per la casa con me, la fretta con cui ogni giorno mi muovo per non compromettere il complicato ingranaggio dei preparativi mattutini. In silenzio, per non svegliare i ragazzi…

“- Senti la mamma già per la cucina

che scalpiccia e conteggia e accende il fuoco?”[2]

Riconosco che non sarebbe difficile intrattenerci un rapporto quotidiano. Basterebbe tenerlo a portata di mano e passandogli vicino sbirciarne qualche brano. Lasciarlo aperto sul tavolo e leggerne le pagine in ordine sparso ignorando la premessa e l’introduzione.

Non è un romanzo né un saggio e non richiede mesi di costante lettura. Non è una novità letteraria da supermercato né un libro scientifico che mi annoierebbero.

Non l’ho ancora letto ma so che si può nuotare liberamente nel suo mare di carta velina.

Gli ho spiegato, con la sciocca illusione di essere compresa e ricevere perfino una risposta, che da un po’ di tempo faccio molta fatica a tenere in considerazione le esigenze degli altri, sempre più numerose e complicate. Smettere di leggere è stata solo una delle conseguenze del sovraccarico di impegni e di pensieri che gradualmente ha schiacciato ogni mio spazio del corpo e dell’anima.

Ci mancava solo che anche un libro si mettesse a pretendere qualcosa, ho pensato con rabbia di fronte alla sua immobilità e al suo silenzio sfrontato.

La sera sono stanca, ho aggiunto, e non vedo l’ora di fermare ogni movimento, soprattutto quello mentale. Non è dignitoso crollare, con la testa e gli occhiali, sulla pagina che sto leggendo. Meglio addormentarsi beatamente davanti alla televisione e distaccarsi, a poco a poco, dalle immagini e dai suoni della giornata…

“Spunta sul labbro il riso, della mente

le tempeste serenano, han quiete

l’ire del mondo; è come un paradiso.”[3]

Ho passato un periodo difficile, sono stata male.

Un’era geologica. Tanta mi è parsa la durata dell’estate. Pochi spiragli, poca allegria perfino al mare. Succede. Almeno a me è successo di sentirmi sospesa tra il passato ed il nulla.

Se il libro verde fosse un romanzo avrei potuto cercarvi un’eroina convalescente nella quale immedesimarmi. Dell’Ottocento, decisamente.

Per le almeno cento pagine dedicate al suo lento ritorno alla vita avrei spiato ogni suo mutamento. L’avrei trovata adagiata su una poltrona di velluto in tenuta da camera di seta color perla, davanti alla finestra aperta sul panorama agreste o sulla brughiera. La governante, da dietro, le avrebbe risistemato le trecce e portato il tè ogni dieci minuti. Non avrebbe perso l’occasione per ricordare all’amata protetta il suo fragile stato di salute e raccomandarle di perdere il brutto vizio di leggere, dannatamente dannoso per i suoi occhi stanchi.

La giovane le avrebbe dato ragione e continuato a tenere un libro nascosto sotto la coperta posata sulle gambe.

Come lei avrei atteso di riacquistare il colorito del volto e mi sarei specchiata negli occhi dei pochi visitatori ammessi nella camera ovattata per capire se stessi davvero migliorando come loro sostenevano con convinzione, tutte le volte.

Per tornare finalmente a danzare nel salone a pianterreno, attesa da tutti lungamente e con apprensione.

“- Mettiti il vago cappellino, è tempo

rimanere nella chiusa cameretta,

or ch’un mare di luce si diffonde?”[4]

Quest’estate non ho potuto distrarmi dallo star male neanche per un secondo, ho spiegato al libro verde posandolo sul piano della cucina accanto alla caffettiera da preparare. Soltanto qualche ricordo è riuscito a salire in superficie per porgermi il capo dell’ingarbugliata matassa che parte da lontano ed arriva a ciò che sono ora. L’ho lasciata da dipanare.

“Così l’anima mia da queste opache

giornate senza gloria, agita il volo

a ritroso del tempo, e migra agli anni

de la sua giovinezza.”[5]

Sulla tavola di cucina con la mamma svito e capovolgo il grande barattolo dei bottoni.

Ridiamo perché rovesciandoli sul tavolo si sente il rumore di uno scroscio di pioggia improvviso. Dobbiamo contenerli con le braccia e le mani per non farli cadere a terra.

Sono tantissimi: di plastica colorata o madreperla, di metallo o di cuoio, da camicia o da cappotto. Giochiamo a scegliere quelli che ci piacciono di più e li mettiamo da parte. Cerchiamo quelli uguali tra loro e li contiamo facendone un mucchietto. Quelli spaiati li mettiamo all’estremità del campo da gioco.

La mamma si ricorda a cosa fosse attaccato ogni singolo bottone e lo racconta.

Con un abbraccio cerco di riacchiapparli tutti e li riunisco al centro del tavolo per poi farli scivolare di nuovo, piano piano, nel barattolo che tengo fra le ginocchia.

Barattolo che oggi abita nella libreria con le ante a vetro, nello scaffale sotto a quello del libro verde.

“Belle perline, discioltosi il refe,

seminavate di sprazzi il cortile;

ma tu ne avevi nel grembo altre file,

ne avevi quante la figlia d’un re.”[6]

Anche al libro verde ho proposto un gioco. Appoggiato sul piano del lavabo, mentre finivo di vestirmi per uscire, mi è sembrato d’accordo e disposto a tutto pur di non essere rimesso al suo posto.

Lo faremo quando rientrerò a casa, gli ho promesso infilandomi le scarpe e sistemandolo con cura sul bracciolo del divano.

Nonostante sia rimasto in silenzio ed immobile per tutto il tempo che l’ho avuto vicino, confido nel suo magnetismo e spero che stasera, durante il gioco, si stabilisca un dialogo fra noi e che lui, magari, mi legga le preziose parole che racchiude.

Inizierò con noncuranza a ripercorrere i gesti di stamani: il passaggio davanti alla libreria, lo sguardo magnetico eccetera… Nel rifare il giro panoramico della casa gli ripeterò gli stessi pensieri, gli episodi banali e gli alibi inventati per scusarmi di non averlo letto.

Lui questa volta, in cambio della mia attenzione, dovrà cercare nelle sue mille e più pagine di carta velina le parole adatte ad accompagnare le mie.

Invece di starsene immobile come un banale oggetto, il libro verde dovrà tentare in ogni modo di comunicarmi qualcosa, nel modo che lui vorrà. Io starò in ascolto, pronta a captare e decifrare ogni suono, sussurro o vibrazione che provenga da lui.

Il gioco potrà considerarsi concluso quando riuscirò a sentire parole di un’altra epoca, piene di musicalità e di eleganza che giungeranno ad illuminare le mie con insperate somiglianze ed illustri analogie, magari.

Se il gioco invece non riesce, leggerò il libro verde dall’inizio alla fine per cercare da sola quelle parole. Giuro.

È sera. Sono tornata. Cominciamo?

Angela Sarri


[1] Giovanni Prati, “Casa mia”, da “Secondo Ottocento” di Luigi Baldacci, Zanichelli editore (1969)

[2] Severino Ferrari, “Senti la mamma già per la cucina”, da “Secondo Ottocento” di Luigi Baldacci, Zanichelli editore (1969)

[3] Giuseppe Maccari “Io non conosco ch’una gioia al mondo”, da “Secondo Ottocento” di Luigi Baldacci, Zanichelli editore (1969)

[4] Giuseppe Maccari “Mettiti il vago cappellino, è tempo”, da “Secondo Ottocento” di Luigi Baldacci, Zanichelli editore (1969)

[5] Aleardo Aleardi “Un’ora della mia giovinezza”, da “Secondo Ottocento” di Luigi Baldacci, Zanichelli editore (1969)

[6] Pompeo Bettini “La figlia della Maddalena”, da “Secondo Ottocento” di Luigi Baldacci, Zanichelli editore (1969)

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