WEN – SCHIZOFRENIA – Il cercatore di bambini – Adriano Muzzi

Io posso vedere.        

Inspiro ed espiro, sento l’aria fluire nelle mie narici, dentro e fuori. A ogni respirazione espando la mia cassa toracica e sento il paesaggio intorno a me che si espande e si contrae. L’orizzonte si incurva al ritmo del mio respiro, lo spazio-tempo si piega docile al mio comando, vive con me e lo fa al mio ritmo naturale.

Osservo le auto e le persone che mi circondano, non hanno segreti per me, posso intuirne ogni spostamento futuro, ogni sfumatura di pensiero. Posso prevedere il prossimo incidente all’incrocio, o i fidanzati che litigheranno fuori al negozio d’antiquariato. Sono nato con questo dono, anche se per me a volte è una condanna, e lo sfrutto al massimo per il mio lavoro.

Sono un cercatore di bambini scomparsi, rapiti o persi chissà dove.

Sto seguendo il sospettato da ormai circa due ore, ma a parte mangiare in un Kebab bar e sedersi su una panchina a digitare sul telefonino, non ha fatto nulla di interessante. Il tizio, un quarantenne, mezzo calvo, con baffetti curati color senape, che potrebbe essere uno scialbo professore di liceo, è sospettato di aver sequestrato un bambino di tre anni per vendicarsi di un torto subito dalla sua datrice di lavoro. E io devo trovare il ragazzino.

Decido che è arrivato il momento di “interrogarlo”. Aumento il passo, sento che la Terra risuona sotto i miei piedi, le vibrazioni probabilmente si propagano per tutto il continente, ma posso sentirle solo io. Affianco il sospetto e gli dico:
– Mi scusi signore, le è caduto questo dalla tasca.

Lui si gira e mi guarda negli occhi, poi abbassa lo sguardo verso la mia mano chiusa.
 – Che cosa?

Gli porgo la mia mano e nel frattempo gli afferro il polso protratto verso di me, il contatto genera una scossa e mi apre il suo mondo: vedo cose. Vedo spezzoni della sua vita: colleghi di lavoro, la moglie, o l’amante, una partita a tennis con un amico, un tumore in cura, il padre morto e… un bambino, piccolo, con caratteristiche che potrebbero essere quelle dello scomparso. Senza lasciargli il polso estraggo la Beretta 9mm e gliela punto in faccia. Finalmente mi stacco dal suo cervello sporco. La coscienza è quasi sempre un posto scuro e umido.
 – Cosa mi hai fatto? Cosa vuoi da me? Chi sei? – dice, tenendosi il polso come se gliel’avessi rotto.

Trattengo l’impulso fortissimo di ucciderlo, mi trema l’indice sul grilletto della pistola. Se lo meriterebbe, tanto ormai so anche che il bambino è morto, l’ho visto esanime in un lago di sangue.

 – Mettiti in ginocchio, – gli urlo.

Sento la folla che si agita intorno a me e forma un capannello, il brusio è insopportabile. Inspiro ed espiro, l’onda d’espansione allontana da me la pressione della gente. Vedo i grattacieli che si curvano da una parte e dall’altra.

L’assassino si mette in ginocchio.
– Aiutatemi! – grida, come un maiale al macello.
Sto per sparare. Gli occhi mi sono diventati due fessure.
 – Fermati Patrick!

Qualcuno mi afferra un braccio, mi giro e vedo degli agenti in uniforme antisommossa con i giubbetti antiproiettile. Giro lo sguardo tra loro e il tizio inginocchiato, la pistola sempre puntata, il dito al massimo della pressione sopportabile.
 – Patrick, basta, hai fatto il tuo lavoro, adesso ci pensiamo noi!
Abbasso il braccio, mi siedo sull’asfalto bollente e lascio cadere la testa sul petto, mi sento stanchissimo. Respiro profondamente.

Gli agenti ammanettano il tizio e lo portano via, lasciando una scia blu lampeggiante e un suono abbagliante che fa male alle meningi.

Siamo nel 2050, il mio nome è Patrick, soffro di schizofrenia paranoide e sfrutto le mie doti per aiutare la polizia. Sono un cercatore di bambini.

Inspiro ed espiro, sento l’aria fluire nelle mie narici, l’orizzonte si incurva al ritmo del mio respiro, lo spazio-tempo si piega docile al mio comando.

Io posso vedere.

di Adriano Muzzi

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