Tutto cominciò quando zia Minu trovò la casa nella zona sttentrionale della città. A tutt’oggi abitare al nord di Teheran rappresenta uno status sociale e chi possiede una casa ai piedi della montagna di Alborz può considerarsi “arrivato”. Da quel momento zia Minu prese le distanze da chi viveva nei quartieri popolari, snobbando tutti noi altri. Il suo appartamento era di gran lusso e ultra moderno per gli anni ’70, con una sauna, una jacuzzi e la piscina condominiale, il tutto tipico della casta vicina al regime. Ogni tanto la mamma guardava le montagne da lontano e sospirava: “Beata Minu, respira aria pura della montagna mentre noi stiamo soffocando nello smog di questo quartiere”, e delusa guardava mio padre. Io e mia sorella sognavamo la piscina, la sauna e la jacuzzi e speravamo di essere invitate dalla zia.
Minu fino all’anno prima era la nostra zia preferita e i suoi figli erano i nostri compagni di gioco. Dopo aver cambiato casa si allontanò dalla famiglia e dai vecchi amici. Finché vivevo a Teheran, ci invitò solo una volta per farci vedere la casa. Ricordo ancora quando la mamma, entusiasta, ci disse di portare anche il costume da bagno per andare in piscina. Quando arrivammo nell’atrio del palazzo sembrava di vivere in uno dei film americani tanto cari al regime che li importava per mostrarli come modello di sviluppo. Mentre mia madre era in estasi per tutto quello sfarzo, mio padre ‘si mangiava il fegato’ in silenzio. A quei tempi tutte le famiglie in vista avevano una domestica straniera e mia zia non faceva eccezione ed infatti ci aprì una filippina. Soltanto dopo qualche minuto la zia e lo zio apparvero con gli accappatoi, dicendo che erano appena usciti dalla sauna. La mia povera mamma li guardava con ammirazione e stupore. Quando si riprese da tanta meraviglia chiese dove erano i ragazzi e la zia rispose che stavano in piscina con i loro amici. Aggiunse che l’uso della piscina era riservato ai condomini. Inutile dire che io e mia sorella ci rimanemmo male e papà diventò viola per la rabbia. La mamma tentò di mediare ricordando la parentela, ma la zia con fermezza rispose che erano le regole e cambiò discorso, ignorando me e mia sorella. Intanto lo zio continuava a sbadigliare, lamentandosi della stanchezza per il party della sera prima. Dopo pranzo ci fecero vedere la casa e ci raccontarono da dove proveniva il mobilio, da quale paese e in quale viaggio l’avevano acquistato. Insomma io e mia sorella passammo una giornata noiosissima, dietro agli oggetti preziosi della zia, con i miei cugini che manco si fecero vedere, continuando nel loro piscina party.
Passò qualche anno ed arrivò il tornado della rivoluzione. Lo zio, che da semplice gendarme in pochi anni durante il regime dello Scià era diventato uno dei suoi generali più fidati per i suoi servigi, entrò nel mirino dei rivoluzionari e dovette cambiare aria in fretta e furia. Vendettero quella bella casa e si dileguarono in una notte. Per molto tempo nessuno ebbe loro notizie finché un giorno zia Minu telefonò a mamma, lamentandosi per la nostalgia e la solitudine. Si trovavano da un anno a Los Angeles o meglio dire ‘Tehrangeles’, meta preferita da coloro che erano stati servi del regime precedente. Vivevano in un piccolo appartamento poco luminoso nella periferia della città. Il generale lavorava come commesso in una drogheria di un connazionale, anche egli sfuggito alle persecuzioni dei rivoluzionari inferociti. Quando la mamma attaccò, sospirò dicendo: “Beata Minu, vive negli Stati Uniti”, a tutt’oggi sogno di molti iraniani.

di Manna Parsì

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