A proposito di Ryokan e della sua poesia

Di Massimo Acciai Baggiani

Da oltre vent’anni pratico il buddismo di Nichiren Daishonin, ma sono da sempre interessato anche ad altre scuole buddiste giapponesi e non. L’amico poeta Iveano Benigni Braschi, di cui ho molto parlato in queste pagine, ha la bella abitudine di prestarmi libri di poeti stranieri di cui mi “nutro” in attesa che torni l’ispirazione per scrivere poesie in solitaria (per adesso sento il bisogno di scriverle a più mani, spesso con lo stesso Iveano). Tra gli ultimi libri in prestito c’è un piccolo volume antologico dell’opera poetica di Daigu Ryokan (1758-1831), a cura di Luigi Soletta, che ho divorato in un paio di giorni, immergendomi in un mondo tanto distante nel tempo e nello spazio eppure tanto vicino al mio cuore.

Ryokan è stato un monaco buddista della scuola Zen, ma aperto anche ad altre scuole che prosperavano nel Giappone della sua epoca accanto allo Shintoismo. Una persona semplice e umile, che amava giocare con i bambini e i piccoli piaceri di una vita morigerata passata per buona parte da eremita e da monaco itinerante, paragonato alla figura di San Francesco. Non mi è difficile immaginare questo piccolo monaco solitario nella sua stanza a scrivere poesie tanto brevi quanto splendide al lume di una lampada, trovando qualcosa di bello in ogni stagione dell’anno, prendendo rifugio negli insegnamenti buddisti alla solitudine e alla malattia in cui passò il suo ultimo periodo. Una poesia davvero senza tempo, che parla al cuore di tutti gli esseri senzienti.

Firenze, 11 gennaio 2025

Bibliografia

Ryokan D., Poesie di Ryokan monaco dello Zen, Milano, La Vita Felice, 2012.

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