Ada Ascari legge: “La mite” di Fëdor Dostoevskij

Non sono una appassionata dei romanzi russi, quelli che mi sono arrivati tra le mani li ho letti perché ho dovuto farlo, più che per mio desiderio. Ma questo mese è capitato che il gruppo di lettura del Gruppo Scrittori Firenze abbia scelto proprio lui, Fëdor Dostoevskij di cui non avevo letto nulla, o almeno così mi pare… ho controllato nella mia libreria e c’è solo “Il giocatore” che non ho letto, e questo la dice lunga sui miei interessi letterari.
Ma andiamo avanti…

Che effetto mi ha fatto? Non saprei, ci ho messo un po’ per elaborare la storia e sono anche andata a documentarmi su chi era Dostoevskij, che cosa aveva scritto e mi sono fatta l’idea, forse approssimata, di uno scritture con una profonda sensibilità verso i deboli e gli sfruttati. Forse non è così, non so… ma a me è sembrato. In fondo anche ne’ “La mite” si racconta di una donna povera e semplice che si unisce in matrimonio, più per convenienza che per amore, con un uomo più grande di lei che gestisce un banco dei pegni.

Il racconto è impostato come un lunghissimo monologo del marito che dopo il suicidio della giovane moglie ripercorre come in un flusso di coscienza la storia di come si sono conosciuti e della vita coniugale.

Leggendo la storia con occhi moderni, il povero e affranto coniuge non ci fa certo una bella figura, pensa di comperare la bellezza della ragazza sedicenne e liberarla dalle grinfie di zie che la sfruttano, ma semplicemente la fa cadere dalla padella nelle braci, chiusa in un matrimonio caratterizzato esclusivamente dal mutismo di lui e dalla sua apparentemente freddezza. L’uomo così deve comportarsi.

Per sottrarsi a un matrimonio in cui ad avere vantaggi è esclusivamente l’uomo, alla mite non resta che il suicidio. Lui allora si dispera; davanti al corpo esanime della moglie comincia a interrogarsi, ma anche a darsi delle risposte quasi sempre assolutorie, ripercorre davanti al cadavere ancora caldo della poveretta la loro storia e non riesce a capire il dramma che la giovane deve aver vissuto.

Il gesto del suicidio era l’unico possibile, ma anche quello che la fa vincitrice su un uomo che da quel momento conviverà con dubbi e rimorsi. Diciamocelo, la mite non è per niente mite!

Chiaro che la storia non può essere letta con occhi moderni, siamo nell’800, tutto è diverso, tutto va visto attraverso la lente della disparità di classe, della disparità di cultura, di censo e capacità di affrontare le vicende della vita in una società fortemente patriarcale in cui l’uomo diventa padrone della donna che sposa. Uomo che dichiara di amare la donna e nello stesso tempo la punisce col silenzio, la mette a dormire in un lettino di ferro per punirla di una immaginaria colpa. 

È questa vita? Qui sono io che me lo domando, e rispondo: “Meglio la morte”. Ma nel racconto del suicidio, compiuto come atto di disprezzo, la ragazza non fornisce spiegazioni, come se col suo silenzio rispondesse al silenzio di lui,  lasciando l’uomo nel dubbio nell’incertezza, troppo pieno di sé non riesce a capire perché lei lo ha fatto. 

Così finisce “La mite”, anzi inizia, perché la storia è tutta raccontata a ritroso attraverso le parole e le domande senza risposta del marito.

Mi è piaciuto? No, non è un racconto nelle mie corde, anche se ho apprezzato la forma narrativa in cui il flashback è un lungo monologo interiore.
Indubbiamente un grande scrittore Dostoevskij che, si dice, abbia preso ispirazione da un fatto di cronaca. Dal racconto sono stati tratti un film e uno spettacolo teatrale.

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