Antonella Cipriani legge: “Per le antiche scale” di Mario Tobino

Dopo Le libere donne di Magliano, riprendere un testo di Mario Tobino è come ritornare nella stessa casa dopo tanto tempo, ritrovare la stessa atmosfera, luoghi, personaggi, affetti e come sempre rimanerne affascinati, anche se tanta è la sofferenza e infinito il dolore.

In quel castello sulla collina di Lucca, sede di un monastero prima e ora manicomio, tra le innumerevole stanze, corridoi, scale, la follia padrona senza splendore, regna, mangia, dorme, piange, si diverte, si dispera, si colora, si rabbuia, urla, tace e si rassegna…

I venti brani (sotto forma di racconti legati allo stesso tema, contesto e personaggi come episodi di un’unica storia) ci fanno riflettere insieme all’autore su cosa sia la pazzia, quello stato in cui la ragione e il buon senso mettono le ali e prendono il volo sulla scia di voci interiori con una logica propria (oppure senza). La follia è una condizione che sembra ammaliare, sedurre, irretire il malcapitato per condurlo a una lenta o veloce disgregazione di sé, della coscienza: “La pazzia è come le termiti che si sono impadronite di una trave. Questo appare intero. Vi si poggia il piede, e tutto fria e frana. Follia maledetta, misteriosa natura”.

Siamo alla metà del Novecento. Anselmo è un giovane psichiatra  che vive nel manicomio curando i pazienti con dedizione e amore, curioso e volenteroso di trovare la cura migliore, quella capace di dare o mantenere loro dignità. È convinto che nella pazzia “è solo la mente che si deprava, è l’intelletto. I sentimenti no, rimangono puri, l’amore è intoccabile”. Intanto l’avvento degli psicofarmaci riesce ad addomesticare il male oscuro, trasformandolo: i pazienti sono più docili, più collaborativi, perché si è spenta in loro la fiamma che lo alimentava, che li faceva ardere ma anche  illuminare.  Anselmo osserva, descrive, dialoga con i “matti”, cerca di scoprire le cause di quel temuto sconfinamento, trova soluzioni, prova integrazioni. Attraverso una voce narrante onnisciente che racconta come la follia si è insinuata in quelle anime sensibili, anche noi lettori veniamo catapultati tra le antiche mura dell’istituto, fra i gemiti, le urla, i rumori, i silenzi…. 

Ecco allora la suora che ripete incessantemente parole di bestemmia dentro sé; Il Meschi che attraverso la voce melodiosa del sassofono sembra raccontarci la storia della sua anima, Cherubino innamorato dell’infermiera senza la quale si spegne, l’amore della Sercambi in grado di placare i fantasmi della piccola paziente, il nichilismo del Federale, la storica Grimalda sempre in cerca di calmanti, il Bongi ex marinaio, che sale a bordo della sua nave per compiere l’ineluttabile e ultimo viaggio…  ogni storia lascia il segno, un turbamento, un’emozione di curiosità e paura al tempo stesso, di attrazione e repulsione, forse perché sentiamo e viviamo la follia così da vicino, sebbene attraverso la lettura.

Qui sta il grande merito di Mario Tobino scrittore (oltre che medico scrupoloso e competente), averci accompagnati in maniera così realistica e umana di questo misterioso viaggio per le antiche scale della follia. Un libro che tutti dovrebbero leggere.

Antonella Cipriani

Rispondi