Carlo Menzinger legge “Battiloro” di Luca Tomao

IL SOFT-FANTASY DEL FABBRO DI GIOIE

Definirei il romanzo “Battiloro” di Luca Tomao (Firenze, 1982) un fantasy soft o se preferite soft-fantasy. Sembra infatti quasi ambientato in un villaggio di hobbit tolkeniani, ma qui la magia, pur presente, appare appena accennata, quasi un’aura di superstizione.

La figura magica principale del villaggio è il Fabbro di Gioie, ma sembra più che altro un costruttore di amuleti. Una figura, in fondo (e vedremo poi, leggendo, quanto questo sia vero) non dissimile dal comune fabbro, padre del piccolo protagonista Elio, in età di dover scegliere un mestiere e una vita ma combattuto dal desiderio, che gli pare impossibile, di diventare lui stesso non un fabbro ferraio come suo padre ma un Fabbro di Gioie, figura mitica, giunta al villaggio da lontano, il livello intermedio tra loro e la nobiltà (che appare solo, raramente, nei discorsi). Importante appare l’amicizia di Elio con la figlia del Fabbro di Gioie, la cui partenza sarà per lui dolorosa ma il cui ritorno gli aprirà nuove strade.

Ne nasce dunque un romanzo lieve e garbato, di lettura quanto mai gradevole, che parla soprattutto di adolescenza, di crescita, di scelte di vita, di amori, di passioni e delusioni, dove la magia e l’ambientazione un po’ fantasy non necessitano di draghi, elfi e orchi.

L’autore, fiorentino, ho avuto il piacere di conoscerlo al Firenze Cosplay di quest’anno dove teneva un proprio stand, dedicato a questo solo romanzo.

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