Carlo Menzinger legge “Fantatrieste”, curato da Roberto Furlani

QUANDO I DISCHI VOLANTI ATTERRANO A TRIESTE

Avendo pubblicato due antologie di racconti distopici (“Apocalissi fiorentine” e “Quel che resta di Firenze”) oltre a vari altri racconti in riviste e sillogi e un romanzo in uscita (“La felicità affogata”) con l’intento di portare la fantascienza in Italia, quando al festival Stranimondi 2023, sul banco dell’Officina Libraria Kipple ho visto il volume “Fantatrieste”, curato da Roberto Furlani, non ho potuto resistere dall’acquistarlo: ero curioso di vedere come questo gruppo di autori avesse a sua volta portato la fantascienza in un’altra città italiana. Credo, infatti, che gli autori nazionali dovrebbero sforzarsi di utilizzare ambientazioni locali ogni volta che sia possibile e non vi sia un motivo particolare per farlo in America o Gran Bretagna. Se un disco volante deve atterrare, lo faccia a Lucca non certo a New York. Lì c’è già troppo traffico. O magari a Firenze o Trieste.

Nell’introduzione Roberto Furlani ci parla del ruolo di Trieste nella scienza oltre che nella fantascienza, con l’Area Science Park, l’Elettra Sincrotrone, la Scuola internazionale Superiore di Studi Avanzati, il Centro Internazionale di Fisica Teorica, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, il Laboratorio Immaginario Scientifico, l’Istituto Nazionale di Oceonografia e Geofisica Sperimentale.

Con un substrato culturale scientifico così non sorprende che Trieste abbia anche ospitato la prima edizione dell’Eurocon (nel 1972) nonché il contestuale primo Italcon, che riunisce i fan della fantascienza, per poi generare un Festival della Fantascienza divenuto poi S+F.

Vi fu poi un’antologia omonima di questa, curata da Luigi R. Berto nel 1973.

Il primo racconto, “Effimera” di Fabio Aloiso sorprende per la sua emozionante qualità: personaggi delicatamente profondi, il tema del razzismo, trattato con dolorosa e leggera eleganza, unito a quello della desertificazione e della morte dei mondi, degli esodi obbligati, ma anche qualcosa sulla realtà virtuale, con queste vite aliene in corpi umani e con il mondo artificiale delineato nel finale. Credo possa dirsi, per la sua intensa ricchezza di immagini e contenuti, uno dei migliori racconti che abbia letto trai tanti.

Quasi asimoviano “La mente dei robot” di Simonetta Olivo con la sua Lega per i Diritti dei robot, che ci porta a esplorare le differenze tra il modo di pensare umano e artificiale, accomunati da un inatteso bisogno di socialità e amicizia.

“I figli dei naniti” di Lorenzo Davia ci porta a esplorare nuove frontiere della tecnologia nel campo della micro-robotica, in un tempo devastato dalle epidemie, con macchine capaci di evolversi e autoriprodursi. Frasi come “Un tempo era quasi obbligatorio avere degli innesti per fare carriera. Adesso invece è motivo di discriminazione. Sbagliando di brutto, la gente associa gli innesti con i naniti” ci portano a riflettere sui possibili sviluppi di innesti che vadano a potenziare le capacità umane, futuro sempre più vicino. L’opposizione sociale ai naniti, nuovamente mi fa pensare a quella asimoviana ai robot.

“Il canto delle sirene” di Giuseppe O. Longo ci parla di un misterioso “omarino insignificante” dalle grandi doti scacchistiche, ma con il “cervello delle dimensioni di un uovo di gallina”. Qual è il suo segreto? È forse legato al fatto che ci siano “uomini e donne che ascoltano qualcosa che nessun altro sente”? C’è forse una sorta di “Creatura Planetaria” cui “tutte le menti umane si sarebbero prima o poi fuse insieme, creando la noosferta, una sorta di intelligenza collettiva e poi mente universale”. Questo poteva quasi essere un racconto da ricomprendere an che nell’antologia “Psicomondo” di prossima uscita con Tabula Fati.

Mi sfugge che cosa ci sia di fantascientifico nel racconto “I precursori” di Roberto Furlani, con una bell’ambientazione storica che va dal tempo dell’Impero d’Austria per arrivare ai giorni d’oggi con una (tra le tante) bombe inesplose della Prima Guerra Mondiale che rischia di detonare per un possibile prossimo terremoto annunciato da dei precursori sismici. Ho pensato che l’esistenza di questi segnali che preannunciano i terremoti potesse essere la trovata fantascientifica, ma mi pare di capire che siano qualcosa di accettato dalla scienza. Magari la loro capacità di previsione è meno efficace che nel racconto.

Nella prima pagina di “Racconto senza fine” di Alex Tonelli ci sono tre righe che mi hanno incuriosito, ponendomi il quesito: dove le ho già sentite?

“Non fumava

Non amava

Mangiava poco e male”

Premesso che l’assenza di punteggiatura non è un errore mio ma la caratteristica (che non comprendo bene) dell’intero racconto, ho quindi cercato in rete se trovavo che cosa l’autore stesse citando o parodiando.

Ho trovato alcune frasi, soprattutto barzellette, in particolare: “Non beveva, non fumava, non andava in bicicletta. Vivendo in modo frugale, risparmiando il denaro, morì presto, circondato da parenti avidi. Fu una grande lezione per me.” (John Barrymore).

Il racconto prosegue in un succedersi di frasi brevi, che si perdono nella riga, senza alcun punto a fermarle. La descrizione di una città su cui volano gabbiani feroci, in cui un misterioso uomo di nome Mercury si muove, visita una sinagoga pur non essendo credente e poi una fattucchiera fluisce poi in una storia in un altro tempo e un altro luogo: l’incontro di Gesù sul Golgota con il vile ciabattino Asvero che pare quasi una nuova versione della maledizione dell’Ebreo Errante. Mi chiedo però dove sia la fantascienza o almeno il fantastico in questa storia.

Nel racconto “Mahùt” di Fabio Calabrese incontriamo un futuribile capitano di pascolante, una sorta d’imbarcazione a fondo piatto che sfrutta ogni sorta di energia alternativa. “Capitano sarebbe suonato altezzoso per Alberto e quelli come lui che non avevano nessun uomo alle loro dipendenze. Pilota, guidatore, driver andavano bene per chi governava un’imbarcazione più piccola di quei torpidi giganti”. Alberto si considera quindi un mahùt, come i guidatori di elefanti. A bordo gli fa compagnia solo il suo gatto. Un giorno si trova a trasportare uno strano carico proveniente da scavi archeologici di uno studioso che sostiene la ciclicità delle civiltà: anche in passato l’umanità, sostiene, avrebbe raggiunto livelli tecnologici. Non posso svelarvi che cosa Alberto scopre nelle casse.

La Trieste di Caleb Battiago in “High Hopes” è un mondo post-apocalittico del XXIII secolo in cui un vecchio balordo “racconta tante storie” ma non si sa se sia più assurdo quel che racconta di sirene con tre tette e anguille con due teste o il mondo di baraccopoli e “mozziconi di un progresso ormai ridotto a cataste di rottami, arterie di fibra ottica e viscere elettroniche” in cui vive.

In “Tutto ciò che siamo” di Gianfranco Sherwood le letture fantascientifiche giovanili di Urania, la passione per Sheckley, Lovecraft e Kolosimo di una coppia di amici portano uno dei due a dedicare l’intera vita alla fanta-archeologia, fino al giorno in cui ritiene di aver davvero scoperto evidenza dell’arrivo degli alieni. Richiama allora l’amico di un tempo, che spinto dalla perduta amicizia, lo raggiunge per condividere una nuova avventura.

Il racconto Luigi R. Berto “Pitco” sembra scritto da un novello Verne o da un Wells, con questo geniale scienziato che solo grazie al proprio ingegno riesce a trovare un modo semplice, veloce ed economico per arrivare su Marte. In lui si imbatte un “delinquente abituale”, fuggendo perché “dietro di lui c’erano tre anni di galera”. Il racconto è del 1973, come l’antologia da lui stesso curata in tale anno. Immaginerei possa esserne stato parte.

Un volume ricco e vario di storie diverse, storie italiane di un’Italia di frontiera, una via al fantastico nazionale ma con spirito internazionale, come non può che essere in una città peculiare come Tieste.

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