Carlo Menzinger legge “Scenografie impazienti” di Marco Toninelli

SPECCHIARSI NEI DEBOLI

Nelle “Scenografie impazienti” (Sillabe di Sale Edizioni, 2018) di Marco Toninelli troviamo racconti all’apparenza mainstream, che ci parlano del quotidiano vivere, ma quasi fosse un moderno Buzzati o Calvino, questo autore leccese trapiantato a Firenze (dove come me fa parte del GSF – Gruppo Scrittori Firenze) riesce a inserire un tocco di sorpresa e meraviglia quasi surreale, come nel primo racconto in cui basta stendere una carta da parati per cancellare una stanza della casa e la parte di una vita.

Toninelli è autore capace di tratteggiare personaggi di profonda e vibrante umanità, ritratti di ricchi borghesi ma anche di gente umile, fino a chi vive ai margini della società, come avevamo letto nel suo bel romanzo “Molo 11” o personaggi di ambientazioni selvagge se non fantasy. Come nel romanzo, anche in questi racconti si percepisce che i confini sociali sono solo convenzioni, assai facili da varcare, perché la vita è ricca di soprese, forse più in negativo che in positivo, direi, in queste storie come nella vita.

Troviamo così racconti un po’ magici come “Postazione Omega 66”, un luogo che non sembra un semplice “antico rifugio costruito sull’orlo di un cratere”, è forse, piuttosto, il “luogo della verità” in cui sentire “tutti i vulcani della terra sotto di sé. I vulcani di tutti gli infiniti pianeti dell’universo”. Forse una porta verso mondi alternativi.

Quanto mai surreale è anche quell’umanità che vive in un tempo sospeso a bordo di un traghetto ne “L’unità di tempo SI”.

In “Cattedrale di ruggine” persino il semplice camminare assume un tono magico: “avanzare mantenendo quell’invidiabile posizione eretta”.

Cosa ci può essere di più comune di uno studente che prende in affitto una stanza nella casa di una vecchia signora. Eppure quella finestra sempre chiusa, che non si deve aprire, si trova “sul limitare dell’universo”. Oltre “ciò che vedi è l’inizio di tutto, non un prima e un dopo, ma ciò che è e ciò che è stato”.

In “Sputaci”, come in “Molo 11” ritroviamo, al femminile, la figura del barbone ma anche un’altra figura che pare colpire la sensibilità dell’autore, quella del ragazzo fuori dal normale, autistico o comunque con una diversa percezione del reale. Persone capaci di una “comunicazione pura”.

Forte in queste pagine è anche l’orrore per la guerra: “Non ricordo più, dieci anni di guerra cancellano tutto, il bene e il male” si legge nel successivo “Il ritorno del cavaliere”.

In “Concio rosso” riappare la figura del barbone in una storia dal sapore fantascientifico che prefigura addirittura un’astronave in cui “non c’era una distinzione netta tra materiali organici e inorganici” degna delle migliori del genere.

Ne “La lezione di violino” Toninelli affronta il tema del bullismo con la sua consueta attenzione verso i deboli e i maltrattati.

Non ci sorprendiamo quindi di scoprire nella storia che segue, “La grotta”, come protagonista un ragazzo in carrozzella ma dalla fervida immaginazione.

A volte la scrittura di Toninelli ci porta indietro nel tempo, come in “Jacob e Ruth” in cui i deboli non sono singoli individui ma un intero popolo, gli ebrei pronti al suicidio pur di non lasciarsi sopraffare dai romani.

“La capanna delle canne” ci fa incontrare una misteriosa coppia di viaggiatori che “avevano visto stelle lontane”, ma anche la profondità dell’amore (“l’uomo aveva quella donna dentro di sè”). Il loro arrivo divide l’opinione pubblica locale. Il tema della diffidenza verso il forestiero è un altro degli argomenti importanti di questo autore che abbiamo visto ben sviluppato in “Il Faro di Finisterre”. Vi appaiono anche le idee che “questo universo è uno degli infiniti” e che “il buio non è assenza di luce” comuni a certi miei scritti. Sorprende come tematiche mainstream si mescolino con facilità in queste pagine con argomenti tipici del fantastico e persino della fantascienza.

In “Dalla mattina… alla sera” si affronta il problema della precarietà del lavoro ma nel contempo della fragilità delle certezze che costituiscono la base delle nostre vite.

“La Lampara” è una bella, struggente ed emozionante storia di un uomo che perde figlio e moglie in un incidente sul molo e da allora va alla ricerca non sa ben lui neppure di cosa, per trovare poi inaspettatamente qualcosa.

Con “La cascata” e l’amore tra due principi di regni avversari ci si sposta in fantasy esotico e bucolico.

“La dote” è invece fantascienza con un viaggio verso un buco nero.

Singolare il personaggio di “protagonisti”, uno di quei “prezzemoli” che riesce sempre a farsi inquadrare dalle telecamere quando un politico viene intervistato. Avrà il suo attimo di notorietà e persino una figura all’apparenza così vuota riuscirà ad avere qualcosa di significativo da dire. Sembra sempre la solita filosofia di Toninelli: possiamo imparare anche dagli ultimi.

Il dramma dei profughi emerge ancora in “Silenzio dentro” con la fuga in mare di una ragazza incinta.

Con “Stan” ritroviamo un’ambientazione borghese e il drammatico suicidio di un altro ragazzo autistico, che fissando un falco immagina di poter “uccidere a caso, senza ragione, senza sentimenti di odio e amore” (persino il falco uccide per amore: della vita e della prole, dice).

Se anche i cacciatori di taglie possono avere una seconda possibilità, tutti possono (“Intorno al fuoco”).

Ne “Il fuoco di inizio estate” ritroviamo un ambiente tribale e un ragazzo fuori dal normale che per caso si ritrova a diventare il nuovo sciamano.

“Antichi draghi” parla di paure infantili, dei mostri che ogni bambino immagina nelle stanze scure.

“Il metronomo” è un piccolo giallo in ambiente borghese, con delitto durante un concerto di piano.

È importante la comunanza di valori in una coppia? Lo scopriranno “Totò e Giulia”.

“Carestia” ci parla delle migrazioni di una volta, quelle che ancora si facevano all’interno dell’Italia, dal sud al nord, e del peso di allevare un figlio fatto da un altro.

Il volume si chiude con una breve storia di fantascienza, “Il casco traditore”, su una macchina per l’autocoscienza che parla anche di amicizie vendicative.

Volume quindi questo “Scenografie impazienti” che ci parla soprattutto dei deboli che deboli non sono mai del tutto, che sempre hanno qualcosa da donare, da insegnare, da trasmettere. E nel farlo ci parla dell’uomo, di tutti noi. Con toni talora poetici, sognanti, magici, diversi da quelli di certa letteratura sudamericana ma in qualche modo affini.

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