
Tracce dimenticate, non perdute.
Guardando la copertina del libro si è già colti da fascinazione: edizione elegante e raffinata, foto a tutta pagina color seppia, un sottotitolo che suona “rap”. Strappano un sorriso le due figure improbabili che paiono uscite dalla collezione Peggy Guggenheim.
Ma sfogliamo le pagine del testo, per scoprire che cosa ci riserva l’autrice, Nicoletta Manetti, e incontreremo personaggi che abbiamo sempre sognato di poter conoscere in carne e ossa, per sentirne le voci trattare temi epocali o anche semplicemente insignificanti quotidianità. Artisti che hanno dato anima e senso al novecento.
Mi tornano in mente le scene del film di Woody Allen “Midnigth in Paris”, di cui anche nel libro si parla. Il salotto di rue de Fleurus dove Gertrude Stein ospitava gli artisti più importanti, più trasgressivi, più innovativi, più adorati e contrastati del loro tempo. «Non è possibile», pensavo, «è uno scherzo del regista che ci ha abituato ai paradossi e ci sta ancora una volta offrendo una delle sue storie eccessive.» Invece accadeva proprio a Parigi, come anche qui sulle colline di Firenze: pittori, scrittori, amici e compagni, con le loro intricate vicende, nomi da far accapponare la pelle.
È stato tutto così vicino a noi che ancora se ne scorgono le orme, se ne sentono i suoni e, esagerando, anche gli odori. Non è così strano perché gli stranieri avevano sempre giardini traboccanti di fiori, piante e profumi.
All’unisono con Nicoletta percepiamo ricordi scolpiti nelle pietre, tracce che le vanno incontro, riservandole a volte sorprese inaspettate che poi ci ritrasmette. Potremo respirare l’emozione della trasgressiva storia d’amore tra Gertrude e Alice, svelatasi su un sentiero infuocato che sale verso Settignano, una coppia che per anni tornerà a scaldarsi al sole estivo di quei colli.
Potremo entrare nell’intimità familiare dei fratelli Stein, Gertrude e Leo, venuti in Europa dalla Pensilvania a immergersi nel clima culturale raffinato ed eversivo di Parigi e poi in Italia, a Firenze, a godere del caldo, della natura accogliente, della più straordinaria concentrazione di opere d’arte che un americano potesse immaginare.
Li troveremo in una comunità di stranieri, che per lo più viveva all’interno della sua propria cerchia, che si nutriva di sé, rinunciando a mescolarsi con i fiorentini, forse poco disponibili ad aprirsi al nuovo, ancorati alla grandezza dei tempi passati.
Potremo risentire le risate, le voci di feste, pranzi, cene e merende, allestiti tra i muri di cinta delle ville, che giornalmente animavano le stagioni negli anni tra fine ottocento e inizio novecento.
Il libro è una miniera di informazioni, di nomi, di suggestioni, che invitano ad incamminarci, pagine alla mano, per gli stessi percorsi dell’autrice, in una ricerca che ci promette, se saremo attenti e altrettanto sognatori, di trovare magari qualche dettaglio, qualche vibrazione sfuggita, non si sa come, alle sensibili antenne di Nicoletta.
Ci accompagna un linguaggio bello ed evocativo. C’è un paragrafo che voglio citare perché mi pare di straordinaria intensità, a proposito di Nina dopo la morte del compagno Leo.
“Nina rimane sola nella villa isolata, infestata di ricordi, trent’anni di ricordi. Troppo improvvisa la sua solitudine e insopportabili le giornate senza di lui. Sente la paura dei giorni che dovrà ancora vivere.”
Da queste parole si comprende appieno perché la donna abbia deciso di porre fine al suo futuro.
Caterina Perrone

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