Caterina Perrone legge “Io, Beatrice Cenci. Una ragazza romana” di Nicoletta Manetti

Nicoletta Manetti – Io, Beatrice Cenci. Una ragazza romana – Pontecorboli editore, Firenze 2024

Beatrice Cenci, una donna del nostro tempo

Ogni giorno le donne sono punite perché non stanno alle regole, non rinunciano al loro futuro, alla propria libertà di scelta; forse sono colpite anche per distruggere la bellezza. Non sorprende quindi che tutto questo accadesse nel cinque-seicento.

La storia di Beatrice Cenci riesce però a sorprendere per l’efferatezza dei fatti, la estenuante sequenza di eventi, l’implicazione dei molti personaggi che l’hanno portata al dramma finale.

Nel corso della narrazione ho sempre sperato in uno sbocco positivo perché tanti erano gli appigli, tante le persone che l’avevano capita e amata, arrivate a spendersi per lei fino alla morte. Il coro di proteste da parte delle persone di buona volontà, le suppliche del popolo che si mobilitò per la sua salvezza furono eventi singolari e fanno comprendere come questa giovane donna forse percepita: bella, fiera e nobile nell’animo.

La giustizia e il potere si armarono, sotto forma di apparenti buone intenzioni, per la difesa intransigente dei costumi e della moralità, arrivando ad abissi di ferocia che ancora indignano. Lasciano senza fiato le bassezze che indussero il Papa e i Giudici all’intransigenza, negando l’ascolto alle attenuanti che avevano portato al gesto estremo un’intera famiglia.

Chi non conosce Beatrice Cenci la incontrerà in queste pagine, vittima di un mondo perverso e contraddittorio, donna forse non perfetta nei sentimenti e nelle azioni, incapace di difendersi con scaltrezza, perché orgogliosa e gelosa della sua intimità, vergognosa della impudicizia delle violenze subite.

Nicoletta Manetti ama le storie vere, supportate da prove e documenti che lei raccoglie con passione nei testi, nei luoghi, nelle immagini, per poi ricostruirle da scrittrice. È così che riesce a coinvolgere il lettore, tenendo viva l’attenzione fino all’ultima pagina.

Come donna sa mettersi nei panni di un’altra donna, descrive della protagonista l’intima delicatezza e insieme il furore, l’esaltazione e la disillusione, l’amore e l’odio, e infine la spregiudicatezza.

Ma racconta anche, in quanto avvocato, i procedimenti giudiziari che hanno portato al processo e alla esecuzione, mostrandocene gli atti.

Il linguaggio è elegante e misurato, senza indulgere ad eccessi drammatici, accende la passione ma anche la consapevolezza.

Il sonetto introduttivo di Marco Vichi è una originale dichiarazione di stima da autore a autrice.

Caterina Perrone

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