Chiara Sardelli legge “Elisboth” di Gabriele Antonacci

Dalla nota dell’autore:

“ San Miniato al Monte è uno dei luoghi più celebri di Firenze, il panorama che si gode dalla scalinata che conduce alla Basilica abbaglia sempre i miei occhi. La chiesa è collocata sulla collina un tempo chiamata Elisboth, il bosco sacro a oriente di Florentia, da dove nel solstizio d’inverno la città vede sorgere il sole. Quando entro nell’antica chiesa provo un senso di disorientamento e meraviglia.”

Gabriele Antonacci riporta alla nostra memoria le gesta dell’Imperatore romano Filippo Marco Giulio detto l’arabo (appunto per la sua nascita nell’antica Siria Meridionale e per la sua discendenza da un capo arabo a suo tempo entrato nell’ordine equestre). Egli fu prefetto del pretorio dell’Imperatore Giordano III. Tanto è vero che le prime pagine del romanzo lo colgono nelle imprese militari durante le guerre persiane.

A invitare l’autore a questa erudita, documentatissima e approfondita ricostruzione storica, è la circostanza che volle ritrovato il reperto di una testa di bronzo raffigurante l’imperatore Filippo durante gli scavi a Firenze, nel 1875, nei pressi di Piazza della Signoria.

Così che l’autore sente impellente e imperiosa la necessità di indagare le relazioni che intercorsero con l’antica Florentia intrecciandone i destini con le gesta di questo sovrano

Tuttavia l’inizio del romanzo ci trasporta lontano dal suolo italico nella Siria del 233 d. C. dilaniata dalla guerra e, ben prima di soffermarsi sui campi di battaglia, concede respiro alle vicende private di Lucio e di Filippo ( non ancora proclamato imperatore) e delle loro consorti, ambientando a Doura Europus, (nel sito archeologico che poi sarà noto come “Pompei del deserto”) il battesimo nella fede cristiana delle giovani coppie.

Sebbene sia lecito dubitare della storicità dell’evento, l’emozione ci prende e ci tiene incollati alle pagine avvinti dal fascino della ritualità così ben descritta e indagata.

Sempre in Siria gli eventi si susseguono narrando le alterne vicende sui cruenti campi di battaglia, ma a rubare la scena è piuttosto l’azione della diplomazia che procura la pace, Pax fondata cum Persis; tra l’esercito romano sconfitto e Shapur il re della dinastia sassanide. Vi si dimostra bene come a chiusura della guerra intervenga un patto leonino che sacrifica interessi, ragioni storiche e identitarie dell’Armenia Maior di cui Roma perse il controllo.

Dopo questo epilogo, il romanzo si concentra sul vivere civile nel terzo secolo d.C. dando risalto ai festeggiamenti del millenario della fondazione di Roma quando ancora il tempo si calcolava ab Urbe condita.

A divenire protagonista della storia è Lucio il fedele attendente di Filippo che, emancipatosi dalla vita militare, ritroviamo, stabilitosi a Florentia già nel del 247 d. C., nei panni di ricco mercante sulle rive dell’Arno

Una serie di vorticosi avvenimenti ci descrivono la sua vita nella primavera del 248 d.C.

Lo seguiamo durante i Ludi florales e sono pagine vive di fermento. Si assiste così alla celebrazione della Dea Flora e agli spettacoli allora abituali come l’asta degli schiavi e i divertimenti cruenti dell’arena che facevano registrare il tutto esaurito.

A legare tra loro gli eventi è il filo sottile dei culti religiosi che si percepiscono, nella loro molteplicità, circondati da un paritario rispetto.

Sebbene per i seguaci della fede cristiana i tempi siano sempre duri e la prudenza sia ancora d’obbligo, non essendosi placata l’ira delle persecuzioni.

La cava di pietra di Elisboth, la collina che oggi ospita San Miniato al Monte, farà da culla al nuovo culto.

La parte ultima del romanzo, dopo la morte dell’Imperatore, si incentrerà proprio sui primi sviluppi che la nuova religione avrà nel centro fiorentino, assumendo nel tempo valore di cemento identitario.

Chiara Sardelli

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