CHIARA SARDELLI LEGGE “L’ETERNO E LA STELLA VAGANTE” DI CARLO MENZINGER

Azzardo un primo commento a questo romanzo “L’Eterno e la Stella vagante” di Carlo Menzinger di Preussenthal. Il testo, sebbene scorrevole e non privo di leggerezza, ha una sua complessità, così che a volerne cogliere la pluralità di significati, meriterebbe certo una seconda lettura più meditata.

Intanto mi ha colpito favorevolmente lo stile narrativo: da affezionata lettrice, vi ho scorto un’evoluzione, certo positiva, che rende la narrazione più condensata, con nessuna concessione agli orpelli e alle sofisticazioni che talvolta sorreggono il reale immaginativo di chi come Carlo è abituato a creare mondi alternativi. Consegue che la voce narrante ha un suo sigillo che si potrebbe definire esistenziale ed espressionista. Come potrebbe essere diversamente in una storia che ripercorre le innumerevoli vite del protagonista? Il Lazzaro di biblica memoria qui non solo è destinato alla rinascita, bensì per effetto e volontà del Cristo Salvatore potrà morire solo alla fine dei tempi, quando si affermerà l’Armageddon dell’Apocalisse giovannea. Il nocciolo duro attorno al quale si sviluppano le pagine è proprio la circostanza che Lazzaro non accetta questo suo destino, anziché viverlo come un privilegio, si sente piuttosto perseguitato dalla maledizione della vita eterna.

La prima chiave di lettura giustificherebbe di indentificare l’opera come un romanzo di formazione. In effetti, a ogni nuova identità che Lazzaro assume, si scopre un aspetto rimasto ignoto e spesso sorprendente del personaggio che assume così uno spessore notevole. Un po’ come un quadro a cui si aggiungono nuove pennellate.

In origine si può facilmente comprendere la disperazione struggente di Lazzaro che è costretto ad abbandonare tutti i suoi affetti più cari, dalle compagne che di volta in volta gli stanno accanto ai figli e ai nipoti che vede morire anche in giovane età e per i quali spesso non è in grado di assolvere alla necessaria educazione e neppure alla riparazione dei torti commessi nei loro confronti.

Avviluppato nello svolgersi del tempo, come in una spirale di eterno ritorno, il nostro rivive situazioni che già si sono presentate nelle sue vite precedenti e accumula un’essenza animica negativa che lo porta a vergognarsi della propria situazione e a fuggire di luogo e di epoca in epoca, non volendo fornire spiegazioni della sua eterna giovinezza. Egli sperimenta l’implacabilità del tempo che continua comunque a svolgersi senza che lui niente possa per fermarlo. La mancata accettazione del suo sé che si implementa sempre di nuove identità, lo porta a vivere sotto falso nome non intendendo svelare ai più il suo peculiare destino di non morto. Consegue che, nell’incredulità generale, egli subisce l’isolamento e la persecuzione riservata agli esseri mostruosi e alle vicende inspiegabili, venendo trattato talvolta come mago, talvolta come creatura effetto di spiritualità demoniaca.

Non va molto meglio a Lazzaro neppure quando, finalmente accettata la sua essenza, cerca di vivere secondo le sue condizioni senza nascondersi agli altri poiché diviene oggetto di un culto fanatico che lo assimila a un profeta o, meglio, a un nuovo Messia.

Se questa è la prima chiave di lettura, aggiungo che per me l’opera subisce commistioni da fantareligione, un genere a cui potrebbe essere ascritta. Poiché Lazzaro non solo è resuscitato ma accoglie in sé la voce spirituale di Giovanni di Zebedeo e l’autore, nel raccontare la storia dell’evoluzione umana, va a costruire una partecipazione angelica agli eventi che insiste sul tema apocalittico rovesciando le gerarchie celesti e il significato che ad esse attribuiamo sulla base della catechesi. Neppure è da sottovalutare che la storia è ricca di riferimenti biblici. Alcuni attesi come quelli afferenti alle narrazioni evangeliche di ulteriori resurrezioni, altri non collegabili al tema della resurrezione ma comunque derivati da testi come l’Apocalisse Giovannea e il Libro di Ezechiele accolto nella bibbia cristiana e nella bibbia ebraica. Testi invitanti a riflessioni sui misteri della vita umana e del creato.

Neppure è un caso, a mio modo di vedere, se l’identità dell’Ebreo errante cui si fa spesso riferimento nel testo e quella di Giovanni l’Evangelista sono le più cementificanti nel rendere la plasticità del personaggio di Lazzaro e la dinamicità delle vicende che fanno da base al raccontare.

Vi domanderete in cosa consista l’apporto della fantascienza; beh, questo è continuo e determinante. Citerò gli episodi che più mi hanno colpito a prescindere dal loro significato oggettivo. Nella parte più evoluta del racconto, Lazzaro è sempre alla ricerca di chi può liberarlo dalla sua maledizione, facendolo avvicinare appunto all’avvento del tempo ultimo in cui verrebbe chiamato alla seconda morte e tornerebbe a condividere con gli altri una comunione di destino. Dopo innumerevoli insuccessi, sembrerebbe che l’incontro con Raimondo di Sangro sia risolutivo per trovare “il guscio” che ospiterà l’anima dell’Evangelista e consentirà al tempo di riavvolgersi su se stesso. Se si tiene conto che Raimondo di Sangro sperimenta un rito per questa palingenesi giovannea, viene spontaneo accostarlo alla schiera degli scienziati pazzi che con la loro hybris tanto spazio hanno avuto nelle narrazioni fantascientifiche. Anche se, probabile in considerazione delle caratteristiche iniziatiche del personaggio storico, il topos si ammanta di venature esoteriche.

L’influenza fantascientifica è facilmente rilevabile anche nell’attenzione che l’autore riserva nello story telling relativo alla stella errante e alle sue apparizioni. Dalle indagate possibili assimilazioni alla stella cometa, poi scartate, fino alle temute catastrofiche collisioni con il nostro pianeta, la narrazione ci rammenta le diatribe ancora da risolvere sugli oggetti volanti non identificati e, come forse desiderato dal lettore, amante appunto della fantascienza, non sorprende che ne consegua un’invasione di essenze ultra terrene.

Credo che comunque ci sia molto di più. Il respiro del racconto si alimenta di una corrosiva volontà di piegare le ragioni del tempo e dello spazio e, soprattutto, torna l’anelito alla vittoria sul tempo, uno dei temi ricorrenti nelle pagine di Carlo. In questo libro, “L’Eterno e la Stella Vagante“, si ripete anche, con il consueto apporto di fascino, il tema del sogno così caro all’autore. Il lettore dunque che già conosce altre sue opere e si è affezionato non può che rintracciarvi consistenti motivi di tornare a leggerlo.

Chiara Sardelli

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